Di “L’incontru Pasquali”

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I “mini cuntu”. Storie di altri tempi.

La Sicilia, oltre ad avere un consistente patrimonio di beni culturali materiali, frutto di un’articolata, ricca e complessa sedimentazione storica, ha anche un notevole patrimonio di beni culturali immateriali.

Tradizioni millenarie hanno determinato una variegata stratificazione di “Saperi”, sintesi di intrise tradizioni identitarie delle comunità locali, di “Espressioni”, caratterizzate dai linguaggi e da altri mezzi espressivi, e di “Celebrazioni”, quali i riti, le manifestazioni popolari associati ai cicli lavorativi e, soprattutto, le feste religiose.

Volendo solo soffermarci sulle celebrazioni e le feste religiose, non si può non constatare di quante queste siano innumerevoli in Sicilia, poiché dal più piccolo paese a Palermo, oltre alla Festa del Patrono/a, nel corso dell’anno si celebrano anche tante altre feste religiose.

Fra queste, la celebrazione della Settimana Santa è certamente la festa più diffusa, infatti, la Pasqua siciliana, caratterizzata da processioni e rappresentazioni che rievocano, per un verso, le fasi salienti della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo e, per altro verso, nella commistione di antiche tradizioni pagane, l’arrivo della Primavera, è decisamente celebrata in tutti i paesi e città della Sicilia, con forme e modalità simili, ma con specificità che la differenziano considerevolmente in rapporto ai luoghi e alle tradizioni locali.

Basti pensare alla Processione dei Misteri a Trapani e a Caltanissetta caratterizzate, a Trapani, dalle pesantissime e secolari statue di legno portate a spalla e rappresentanti scene della passione di Cristo e, a Caltanissetta, dalle sedici “Vare” raffiguranti le stazioni della Via Crucis.

Diversa la processione di Enna animata dalle “Congregazioni”, le antiche corporazioni delle arti e dei mestieri, costituite da circa duemila confratelli, incappucciati nei costumi delle specifiche confraternite.

La Pasqua di Prizzi è invece caratterizzata dal “Ballo dei Diavoli”, una delle feste più originali della Sicilia. Mentre ad Adrano si svolgono la “Diavolata” e la “Angelicata”, rappresentazioni sacre d’origine medioevale, e a Castelvetrano, fin dal 1860, alla domenica di Pasqua si associa la “Festa dell’Aurora”.

Particolarmente originali sono le “Pashkët”, le celebrazioni della Pasqua Arbëreshe di tradizione bizantina a Piana degli Albanesi, Contessa Entellina, Santa Cristina Gela, Mezzojuso e Palazzo Adriano.

Innumerevoli, inoltre, le rappresentazioni della Via Crucis vivente, rappresentata cioè da figuranti umani, della quale le più conosciute sono quelle di Erice, Modica, Milazzo, Taormina e Mineo, con la sfilata dei “Nudi”.

In uno dei tanti paesi di Sicilia, la Domenica di Pasqua viene celebrata con “Lincontru”, e cioè il reiterato venirsi incontro, da due punti opposti della grande piazza, delle statue di Gesù e di Maria, portati a spalla su due assi con piedistallo, da due gruppi di fedeli, che in corsa, al suono di campane e mortaretti, rievocano la Resurrezione e l’incontro fra Madre e Figlio.

E in quel paese, anche quell’anno, come negli anni precedenti, quasi tutta la popolazione si era raccolta nella grande piazza, disponendosi su due ali e lasciando al centro un lungo e ampio corridoio per consentire la celebrazione del sacro rito e, come avvenuto da sempre, i due gruppi, con le rispettive statue di Maria, e del Gesù, con la mano destra alzata in segno di benedizione, si preparavano concentrati all’avvio veloce di “Lincontru”.

Al convenuto segnale d’avvio e al repentino scatto dei gruppi verso “lincontru”, il gruppo che sosteneva la statua del Gesù, a causa di uno scivolone di Pippino, che con Ciccino guidavano il gruppo, subì prima un ondeggiamento della statua e, immediatamente dopo, lo stramazzo dei portantini con il simulacro sul basolato di pietra lavica.

Ovviamente la sorpresa generale di quella rovinosa caduta fu grande e, con essa, la preoccupazione che sia il Gesù e sia i portantini avessero subito danni non indifferenti.

Fortunatamente venne subito accertato che tranne Pippino, che si era sbucciate le ginocchia e Ciccino, che si era fatto male alla spalla destra, nessuno del gruppo aveva riportato danni, e quindi, a quel punto, si cercò di issare la statua del Cristo, che risultava miracolosamente illesa ad una sommaria ricognizione dei danni.

Appena issata la statua, la prima voce a udirsi fu quella di Don Gino, il parroco della chiesa Madre, che con espressione afflitta urlò “Beddramatri! o Signuruzzu du ita ci sataru!”.

A quel grido la popolazione ebbe conferma che nella caduta, il Cristo, aveva perso due delle tre dita che teneva alzate in segno di benedizione e cioè il pollice e l’indice, rimanendo inspiegabilmente, e dunque miracolosamente, intatto, il dito medio. A tale constatazione generale, che offriva una visione della mano destra del Cristo con un significato inequivocabilmente diverso rispetto a quella originaria, seguì repentino il monito di Fifiddru, l’anarchico ateo del paese “U vidivistivu u Cristu risortu? Pi ccù avi dubbi u signali divinu chiaru arrisulta: chist’annu tutti n’culo a pigliamu!”.

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