Di Leader Maximo

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I “mini cuntu, storie di altri tempi.

Il fenomeno lucidamente descritto da Peppe De Santis nel secondo capitolo del libro “La resa dei Conti. Alle radici di mafia capitale” corrisponde ad un processo più generalizzato, che non solo ha investito l’Università di Roma di quel periodo, ma anche le altre università italiane, al punto che, ricollocando tale fenomeno a Palermo, potrei riscriverlo, con qualche piccola manipolazione che non cambia la sostanza descritta da de Santis, nel modo seguente “Palermo 1971. Eravamo più di venticinquemila gli studenti fuorisede…provenienti da tutta l’Isola e persino dalla Grecia, dove la dittatura dei Colonnelli non consentiva di accedere al diritto allo studio.

Una marea di studenti vitali e generosi.

In gran parte, la prima generazione proletaria di massa a mettere piede nell’Università….

Una massa …ben scolarizzata e mediamente colta.

Una marea di figli di famiglie operaie, contadine, artigiane, di piccoli commercianti, di modesti impiegati pubblici.

I ragazzi più poveri, molto spesso, i più preparati e motivati negli studi, primi della classe, (come voleva Berlinguer) provenienti dalla rete dei seri licei di provincia.

Un vortice giovanile energico, alla ricerca del successo legittimo… e della felicità…

Qualche tempo prima erano esplosi il ‘68 studentesco mondiale e il ‘69 operaio. Il clima effervescente era quello.

Continuava quella temperie febbrile da “assalto al cielo”.

Era una generazione a grande vocazione politica…

Abbiamo creduto, come in un innamoramento, alla democrazia e alla giustizia.

Per esse ci siamo battuti, fino in fondo, fino allo sfinimento.

Per anni e anni, certamente per tutti il ventennio Settanta e Ottanta.”

Felice, era uno di questi studenti e, forse, anche in ragione del suo nome, ma soprattutto per quella rara sensibilità di essere molto buono nei confronti del prossimo e per aver ricevuto un’educazione familiare improntata al riformismo socialdemocratico, riteneva che fosse importante impegnare la propria vita per la libertà e l’emancipazione dell’uomo e della società.

In ragione di ciò giovanissimo si era tesserato alla FGCI, la Federazione Giovanile Comunista Italiana, e nelle affollate riunioni di partito del suo paese, a contatto di braccianti agricoli, artigiani, commercianti, zolfatari e altri giovani come lui, provenienti dalla piccola e media borghesia paesana, iniziò la sua militanza politica e acquisì le fondamenta e l’esperienza che ne avrebbero fatto, arrivato a Palermo, quale studente fuorisede, uno dei leader del movimento studentesco del ‘77.

A Palermo nella casa dello studente di San Saverio, dove risiedeva a causa del suo scarso reddito familiare, in brevissimo tempo venne a contatto con giovani come Peppino Impastato e tanti altri che, come lui, sognavano, davvero, di cambiare la società e costruire, nella linea del riformismo comunista italiano, una nuova prospettiva per l’Italia.

Come buona parte dei suoi coetanei conobbe la sua donna, ma contrariamente ad alcuni di essi che vissero la sua stessa esperienza, quando con Pina concepirono la loro figlia, pur favorevoli all’aborto, decisero di farla nascere “quel grumo di luce” e, dunque, oltre a studiare con profitto di notte, Felice frequentava l’Università, lavorava e continuava nell’impegno politico durante il giorno.

Conseguita entro il quinquennio previsto la laurea, con il massimo dei voti, finalmente potè dedicarsi a tempo pieno alla militanza politica accarezzando il sogno gramsciano di diventare un buon “intellettuale organico”.

Ben presto con il suo impegno, la sua costanza, il suo lavoro appassionato e intelligente riuscì a farsi un nome nel partito, anche in ragione del fatto di essere stato fra i primi a promuovere iniziative sulle politiche ambientali, l’urbanistica e il patrimonio culturale di Sicilia. Tutto ciò vivendo una condizione personale e familiare di grandi difficoltà economiche e, anzi, notando che allorquando si profilava qualche possibilità di guadagno il partito segnalava professionisti che non avevano né le sue qualità politiche e, men che mai i suoi vitali bisogni.

Ma Felice cominciava a capire come girava il mondo, anche all’interno di quel partito che tale mondo voleva cambiare nella prospettiva socialista, e, pertanto, nonostante tutto, continuava imperterrito con tenacia e onestà nell’impegno politico, non venendo meno ai suo doveri familiari.

Nell’arco della sua militanza, in alcune occasioni di partito, aveva conosciuto il Leader Maximo, del quale, pur comprendendo il pragmatismo politico, non aveva mai condiviso la cosiddetta “Linea politica”. Anzi, bisogna proprio sottolineare, che Felice non aveva particolare stima del Leader, poichè di lui si era fatta l’idea che fosse un compagno estremamente ambizioso, molto rigido nell’attuazione della linea di partito, fatta salva l’immediata autocoscienza rispetto ai costanti errori di valutazione politica, non colto ma preparato nella cultura di partito, conoscitore di tutti i giochi e sottogiochi di partito e della politica e, comunque, decisamente saccense, arrogante, sarcastico e antipatico.

Come spesso accade militando attivamente in un partito, si presentò l’occasione, nell’ambito dei lavori del “Convegno dei quadri dirigenti”, che a Felice, per ironia della sorte, capitò di trovarsi al tavolo della presidenza a fianco del Leader Maximo.

Nel tardo pomeriggio Felice svolse il suo appassionato intervento sulle politiche ambientali ed il recupero democratico del territorio siciliano. Intervento che venne apprezzato dai presenti con un caloroso applauso sinonimo, questo, che anche nel PCI si stava lentamente venendo a formare una diffusa coscienza ambientalista.

Nelle conclusioni finali il Leader Maximo, cogliendo pragmaticamente l’umore della platea, fece ampio riferimento alla necessità di avviare una grande svolta, come partito di lotta e di governo, verso una nuova e diversa visone dell’ambiente e, a tal fine, citò per ben due volte l’intervento di Felice, trascurando di citare interventi di più autorevoli esponenti regionali e nazionali.

Tale stato di fatto determinò che a seguito dell’intervento del Leader Maximo, molti si congratularono con Felice, altri gli schiacciarono l’occhio da lontano, altri ancora gli strinsero la mano o gli diedero una pacca sulle spalle, poiché necessita ricordare che nel PCI era costume citare nella relazione iniziale almeno una volta Gramsci e Berlinguer, mentre nella relazione finale, se si citavano uno o più partecipanti ai lavori, era sinonimo di grande considerazione per essi.

Al frastornato Felice, che non era certo abituato a tali consensi, si avvicinò un vecchio funzionario di partito di lunga e navigata esperienza, ivi compresa la partecipazione alla Resistenza e la permanenza a Mosca per due anni, il quale, ben conoscendolo e stimandolo, con fare quasi paterno lo ammonì dicendogli “Complimenti Filì! Ma d’ora in poi guardati picchì si Leader Maximo ni li sò conclusioni citò du voti a tia scurdannusi volutamenti di citari cumpagni cchiù autorevoli, vol diri ca entru du misi intra stù partitu pi ttia è previstu l’isolamento totali da parti di l’organismi dirigenti. E tali isolamento, prima, ti porterà a na scuntintizza tali di fariti disimpegnari e macari nun rinnovari la tessera e, poi, a nesciritinni definitivamente nausiatu di stù partitu”.

Foto da Internet

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