Del Partito Democratico e delle sue serie contraddizioni

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La rovente polemica con il presidente della Regione Rosario Crocetta

altCerto è un destino strano quello del Pd in questa fase storica. A Roma, seppur vincitore alle elezioni di stretta misura, incapace di ottenere la fiducia ad un Governo Bersani, è alleato contro natura con il Pdl, quale unica alternativa possibile, come peraltro tiene a sottolineare anche il Capo dello Stato. In Sicilia vince con un presidente Rosario Crocetta, il quale però gli si mette di traverso con l’idea che il suo Megafono debba continuare ad amplificare una voce quanto meno incontrollabile (dal partito) che si presenta come “la vera rivoluzione” in Sicilia. La base del partito democratico si interroga al suo interno, cerca la sua identità e un rinnovato progetto politico.

La nomenclatura del Pd forte della consapevolezza di essere dentro l’unico vero partito non costruito ad personam, si trincera dietro regole democratiche che suonano piuttosto come garantiste dello status quo. Così, quella pluralità di voci che, come prevede la genesi dello stesso partito, hanno lo scopo di rafforzare i contatti con la società e i suoi movimenti, di favorire la partecipazione democratica e la convergenza di più culture, appaiono invece come una minaccia. Sul senso di apertura alle opinioni e al confronto, che è proprio della sua ispirazione democratica, sembra prevalere l’opportunità di limitare tutte quelle, pur intuitive, posizioni politiche che ne causerebbero un cambiamento profondo alle radici.

Il partito che perde pezzi di identità o che ne cerca una nuova, chiude al confronto, pone regole e veti, detta prescrizioni, frena gli entusiasmi, nel convincimento che una struttura megalitica, storicamente strutturata, rischierebbe forse l’estinzione dinanzi a un minaccioso centrodestra che continua a governare, nonostante tutto. I più ottimisti tra i parlamentari sostengono che il dibattito interno è positivo e segno di ampia democrazia, che i richiami sono utili e necessari, e che prevarranno alla fine le ragioni dell’unità.

Una parte del Pd evidenzia una sordità congenita dei vertici, arroccati in posizioni che guardano con più interesse al mantenimento delle proprie posizioni dominanti in un Governo ibrido, e prosegue il proprio cammino, come Matteo Renzi, nella speranza che alla fine il Pd si apra all’ascolto e decida che cosa diventare, o che venga individuata una soluzione alle diversità, tenendo conto dei rispettivi punti di forza.

Un dato certo è che la commissione di garanzia del partito democratico sul “caso Megafono” non ha voluto adottare sanzioni, ma ha dato l’alt a Crocetta e al suo progetto politico, richiamando lo statuto e sostenendo che “l’esistenza di episodi e di presenze collaterali al partito non possa trasformarsi in una organizzazione di iscritti e in una strutturazione parallela articolata, finalizzata ad una presenza permanente sulla scena politica che risulterà e risulterebbe alternativa e contraria alle normative che disciplinano la vita interna del Pd”. Peraltro, non risulterebbero esistere “accordi o intese tra il Pd e il Megafono, che possano consentire agli iscritti del Pd di far parte di altri movimenti politici o agli eletti di aderire a gruppi consiliari diversi dal Pd stesso”.

In effetti il giudizio si fa ancora più grave quando si sostiene che “l’esistenza di presenze collaterali al partito non possa trasformarsi in una organizzazione di iscritti e in una strutturazione parallela articolata, finalizzata ad una presenza permanente sulla scena politica che risulterà e risulterebbe alternativa e contraria alle normative che disciplinano la vita interna del Pd”. Uno stop viene dato anche a “formulazioni assolute e indiscriminate di denigrazione e di accusa rivolte al Partito e ai suoi dirigenti”. In conclusione, un indiscutibile “aut aut”, senza alcuna necessità di approfondimento sulle motivazioni che hanno portato Crocetta ad attaccare duramente i vertici del partito siciliano, e una decisione perfettamente in linea con la direzione regionale del Pd, presieduta da Giuseppe Lupo. Lo stop a Crocetta include anche Beppe Lumia, il quale, tuttavia, non pare che si lasci intimidire. Anzi, continua a sostenere il progetto del Megafono, ritenendo che possa costituire con il Pd, in Sicilia, un punto di svolta, “in sintonia con la vera novità rivoluzionaria che è costituita dal governo Crocetta”. Per Lumia l’accordo politico è ancora possibile.

Il Governatore Crocetta censura l’dea che un partito che si dice democratico “chiuda le porte al cambiamento e al rinnovamento. Lo svolgimento del congresso regionale del Pd, sulla base del vecchio tesseramento, cristallizzerebbe i giochi di sempre e impedirebbe l’elezione di nuovi quadri giovani alla leadership del partito e soprattutto determinerebbe il gruppo dirigente formato da coloro che oggi magari potrebbero far finta di auto sospendersi dal partito ma che di fatto lo controllano”. Ed aggiunge: “Il Pd nazionale deve rendersi conto dell’anomalia siciliana. Se da iscritto del Pd, contrariamente a quanto concordato fin dall’inizio col Pd regionale, io non potessi fare parte del gruppo che porta il mio nome nella lista, sarebbe un gioco autoritario e antidemocratico e persino sleale in contrasto a quanto precedentemente convenuto”.

Chiara, per lui, anche la questione del mancato versamento del contributo al partito: “Potrei presentare la lista dei debiti elettorali rimasti sul mio groppone” afferma e comunque sostiene che verserà quanto richiesto “per impedire azioni staliniste, che hanno sempre utilizzato per far fuori i dissidenti”. E conclude: “Sicuramente non sarà questa la ragione di censura nei miei confronti”. Ma sulla questione politica non retrocede e il Pd dovrà decidere se tale battaglia si può fare al proprio interno o se il Megafono deve diventare una forza politica autonoma. “Non si delegittima – dice – il rappresentante del popolo siciliano, eletto dai siciliani. Non consentirò a nessuno di umiliare la Sicilia e i colori della sua bandiera”.

Certo è che il Partito democratico vive una serie di contraddizioni che provocheranno ulteriori reazioni e nuovi scontri, non soltanto sui media. L’alternativa politica in grado di traghettare l’Italia e la Sicilia in questa delicata fase politica ed economica appare tutt’altro che identificabile. I giochi di forza e i metodi degli attuali vertici Pd, il richiamo alle regole o la necessità di blindare situazioni nuove con norme nuove, come nella selezione della nuova classe dirigente e del prossimo segretario, evidenziano una certa fragilità di fondo. Pure chi si schiera oggi dalla parte della rivoluzione siciliana ci lascia piuttosto perplessi, perché da queste primavere abbiamo visto già in passato realizzarsi vere e proprie lobby, che, al di là di qualche formula mediatica ad effetto, poco o nulla hanno ancora concretizzato per i tanti siciliani che attendono risposte alla fame di lavoro, al precariato dilagante, ad una qualità di vita ben lontana dagli standard europei.

                                                             Anna MariaScicolone

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