Cozze, stigghiole e pane ca’ meusa. Com’è saporita Palermo

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Taccuino di un giorno in città. Friggitorie, cibo da strada, fumi e odori di una antica e sfiorita capitale. Il fascino dei suoi vicoli e delle sue piazze. E dei suoi sapori.

Torno sempre volentieri a Palermo. Una città che mi affascina per i suoi colori, gli odori, i suoni.

Mi piace immergermi tra la gente e sentire quell’accento così particolare che ricorda il dialetto napoletano dei quartieri spagnoli. E poi come non perdersi tra strade, monumenti e negozietti che pullulano le vie del centro.

Banchetto di cozze a Palermo (Foto Salvatore Alfano)

Banchetto di cozze a Palermo (Foto Salvatore Alfano)

Mi diverte andare alla ricerca di oggetti particolari, di rari artigiani di sapori perduti che richiamano tempi di una “Palermo Felicissima” come titolò, all’inizio degli anni settanta, Leonardo Sciascia. Nel suo libro, tra centinaia di foto d’epoca, riferisce le parole di Boiardo che parla di “due strade dritte per formare una croce – i quattro canti – da cui fosse perpetuamente la città custodita”. E dove scrive di una nobiltà siciliana, palermitana, “classe privilegiata e, con rare eccezioni, mai dirigente”.

Preferisco, quando torno a Palermo, le friggitorie, le bancarelle di polipo bollito o panelle, pani ca meusa, arancine – con la e finale, come usano chiamarle qui – piuttosto che sedere ad un tavolo di ristorante e, spazientito aspettare il cameriere che ti porta il piatto che hai ordinato e che non arriva mai.

E può capitare che di lato a una strada su banconi improvvisati, vengano accatastate cozze che qualcuno con abili gesti apre ai passanti golosi. Oppure lasciarsi guidare da profumi di braci roventi che cuociono budella arrotolate che emanano fumo ed odori. Un grasso signore che taglia stigliole a tocchetti, le mette in una carta spessa che pare trasudi già olio e sembra che ti offra quel sacchetto confezionato più che venderlo. Con pochi spiccioli puoi  assaporare le prelibatezze di strada, buone perché mangiate proprio lì, non a casa, non in trattoria, con stoviglie improvvisate, alternate alle mani che spingono in bocca avidi bocconi di un pasto frugale ma inimitabile.

Non ti chiedi nemmeno se  su quelle pentole, su quelle padelle, su quei vassoi hanno indugiato spugne intrise di detersivo o piuttosto mani ruvide ne hanno energicamente strofinato le superfici sotto getti di acqua di rubinetto.

Palermo è affascinante per questo; pur essendo una delle città più città della Sicilia, conserva quel velo di antico che stride con palazzi moderni, con sottopassi di grandi strade. Una città dai mille contrasti, dove nessuno trova mai un netto confine ma si mischia sempre con il proprio opposto. Un confronto continuo, dove non si vince e non si perde ma ci si accontenta di quello che si è. Le sue viuzze interne, strette e subito fuori i palazzi alti, le larghe e diritte strade. Il mare che sta lì e sembra scrutare la città da lontano.

Palermo la ritrovi nei vicoli, nei vecchi bassi adattati a magazzini. Nelle architetture arabe o spagnole, che palesano le tante dominazioni. La città di tutti, l’unica forse dove se incontri per strada un magrebino non lo vedi straniero in una terra non sua.  Palermo ti appare come una vecchia signora sfiorita che lascia intravedere il suo fascino di un tempo ormai andato.

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