Corona e dintorni

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Eccessiva la pena inflitta al noto fotografo, ma non si può avallare il coro di indignazione che ha accompagnato il suo arresto

altLo premetto subito, a scanso di equivoci: pur non conoscendo le carte processuali, così, a naso e per esperienza di storie giudiziarie, la condanna inflitta a Fabrizio Corona mi sembra eccessiva. Fatto salvo questo e tacendo le mie personali considerazioni sul soggetto, non mi sento però di avallare il coro di indignazione grondante di retorica e di populismo che fa perno sull’equazione che più o meno recita così: “stupratori e assassini sono liberi, lui invece per delle foto è in galera”. E’ un’equazione che come uno stanco ritornello si ripete, non solo per il caso Corona, ma ogni qualvolta un poveraccio finisce in galera e un criminale ne esce. Io stesso ho realizzato non pochi servizi giornalistici sulla insopportabile lentezza della giustizia; su certi errori giudiziari; su metri di valutazione diversi, come se la legge non fosse uguale per tutti.

Solo pochi giorni fa ho sentito di un romeno beccato per la seconda volta a rubare in un market per mangiare: sì, per mangiare. La prima volta una mela e una banana. Lo denunciarono e processato per direttissima venne condannato a sei mesi con la condizionale. Ci è ricascato, ancora per fame, rubando una confezione di tre wurstel e una barretta di cioccolato: valore poco meno di tre euro. Scoperto e denunciato, stavolta il giudice non ha potuto fare a meno di arrestarlo e condannarlo a un anno e due mesi, che dovrà scontare perché recidivo. E’ una storia che indigna, non si discute. Specie se, come succede al tempo dei social network, chiunque può commentarla su internet accostandola a “certi politici che rubano e non finiscono in galera”. Saranno anche in questo caso affermazioni sofferenti di populismo, ma, come dire? è difficile dare torto a chi le pronuncia. Ma bisogna fare attenzione, (e con questo non intendo “assolvere” giudici e sentenze), e analizzare caso per caso non perdendo di vista quello che prevede la legge (leggasi in questo caso “codice di procedura penale”). E a giudicare da quello che sento e leggo nei commenti qua e là sul caso Corona, credo sia utile ricordarlo e ricordarcene tutti che si finisce in carcere solo quando la sentenza diventa definitiva, salvo reati di una certa rilevanza. Così, se accade che un romeno ubriaco (fatto vero) travolga e uccida con l’auto due persone e ne ferisca altre ferme ad aspettare l’autobus, non stupisca che resti in carcere due giorni soltanto. Se andate a leggere la motivazione del gip che lo rimanda libero vedrete che avrà scritto che non c’è pericolo di reiterazione del reato (perché gli hanno sequestrato auto e patente!); che non c’è pericolo di fuga (perché ha l’obbligo di firma e di dimora); e che non c’è pericolo di inquinamento delle prove (perché ha ammesso tutto!). Si attenderà così il processo e solo se sarà condannato e la sentenza passata in giudicato (vidimata cioè dalla Cassazione), solo a quel punto lo arresteranno e lo porteranno in carcere. E’ esattamente quello che è accaduto a Corona. Che ha aspettato da cittadino libero (e nel frattempo ne ha combinate altre delle sue) che i suoi processi arrivassero a sentenza, e solo quando la Cassazione ha confermato la sua condanna è stato preso e portato in carcere a scontare la pena. Questo succede perché lo prevede la legge. Non perché si tratti di Corona, o di uno che sta antipatico ai giudici. Così se un politico che ha rubato soldi nostri non lo vedete in galera, è solo perché sta aspettando che la giustizia faccia il proprio corso e l’eventuale sentenza di condanna diventi definitiva. Statene certi che nessuno potrà in quel caso evitare la cella. Piaccia o no, è il nostro codice penale che lo prevede. Che dunque Corona sia in carcere a scontare la sua pena e uno stupratore libero (per i motivi di cui sopra) in attesa della sentenza definitiva, scandalizza, certo, ma ricordiamocelo: lo prevede la legge.

Carmelo Sardo

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