Conversazione con Ferdinando Scianna: Racalmuto, la Nuci e gli asparagi di Sciascia

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Il grande fotografo siciliano intervistato da Malgrado tutto: “La fortuna di un uomo sta sempre nelle mani di un altro uomo. Devo tutto a Sciascia, mio angelo paterno. Ricordo le giornate in campagna. Ma non ho nostalgia dei luoghi, anche se sono stati un grande amore giovanile”. E ai giovani siciliani dice: “Credere in se stessi per cambiare le cose”

Ferdinando Scianna fotografato da Alessandro Giudice JyotiI suoi occhi hanno visto una Racalmuto che non c’è più. Don Luigino Messana seduto al Circolo Unione, bambini in chiesa e momenti di festa. E volti in piazza, scialli neri e coppole. Una Sicilia scomparsa. I suoi occhi hanno accompagnato per trent’anni uno scrittore che è stato per lui come un padre. Ferdinando Scianna, siciliano di Bagheria, ricorda così Leonardo Sciascia: “Avevo 27 anni e andai a trovare con mio nonno Sciascia nella sua campagna di Racalmuto, a la Nuci. Era il 1963. Da allora sono tornato alla Noce tutti gli anni. Era una meraviglia conversare anche sul piacere delle cose semplici”. Scianna parla piacevolmente di Sciascia e di Racalmuto. Ne ha scritto anche nel suo volume dedicato al mangiare e al ruolo fondamentale che il cibo ha avuto nelle sue esperienze di fotografo.

Un momento dell'intervista

“Anche il mio rapporto con Sciascia inizia, si può dire, con un piatto davanti. Nel libro racconto di quella prima volta alla Noce. Era agosto e c’era un caldo infernale. Guardavamo le zie di fronte al piccolo forno della vecchia casa. Ci prepararono un buonissimo pollo alle erbe. Era un vero buongustaio, Leonardo, e cuoco sopraffino. Ricordo il suo magistrale baccalà con le olive. Una volta, a Milano, manifestava un’incomprensibile urgenza di tornare in Sicilia. Ma perché questa fretta?, gli chiesi. Scherzi, mi disse, questa è proprio la settimana che in campagna si cominciano a trovare gli asparagi selvatici”.

Quando parla di Racalmuto e di Sciascia si evince una sottile malinconia. In qualche suo libro racconta degli esordi, di quel libro fortunato che è stato Feste religiose in Sicilia col saggio di Sciascia. “La fortuna di un uomo sta sempre nelle mani di un altro uomo – dice – tutti possiamo incontrare la persona giusta. Sciascia mi ha fatto cambiare direzione, la sua influenza nei miei confronti è stata quasi retroattiva”.

 

Durante l’intervista il giovane fotografo Alessandro Giudice Jyoti gli chiede se esistono ancor oggiAlessandro Giudice con Ferdinando Scianna uomini come Sciascia attenti alle passioni dei giovani che si affacciano al mondo dell’arte: “Certo – risponde Scianna – ci sono sempre persone straordinarie, ma bisogna prima di tutto credere in se stessi e poi cambiare le cose”.

Gli chiediamo con quale animo tornerebbe a fotografare quei luoghi di Racalmuto, la Noce, il Circolo Unione, la chiesa e la festa del Monte. “Non torno quasi mai nei luoghi, sarei io stesso un’altra persona. E’ come il rapporto con le ex fidanzate. C’è stato un grande amore, ma l’incontro dopo tanti anni sarebbe sicuramente diverso”.
“Una cosa diversa è l’amicizia che supera – dice – il sentimento dell’amore. Nell’amicizia non ci sono interessi, nell’amore si”. “Il mio rapporto di amicizia vera con Sciascia è durato intatto fino a quando non mi ha fatto l’offesa terribile di morire”.

Ma ci sono sempre i ricordi di viaggi, passioni, incontri e pubblicazioni. E tante cose legate sempre al cibo: “Una volta, a Parigi, capitò una cosa buffa. Ci avevano invitato a cena degli amici. La padrona di casa preannunciò una sorpresa. Le abbiamo preparato, disse con soddisfazione rivolgendosi a Sciascia, la ricetta del coniglio del Giorno della civetta. Un sorriso di rassegnata gratitudine si disegnò sulle labbra di Leonardo. Quando ce ne andammo, disse esasperato che non era la prima volta. Non mi perdonerò mai, sbottò, di avere scritto di quel maledetto coniglio. Lo detesto, io, il coniglio”.

Salvatore Picone

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