Contrada: “Oggi non userei più i confidenti”

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Nostra intervista all’ex dirigente del Sisde ad Agrigento per presentare il suo libro. Condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada proclama la sua innocenza e dice: “Sulla faccia della Terra non esiste giustizia”. Nessun accenno sulla polemica che ha preceduto la presentazione 

altHa ringraziato Agrigento sorvolando volutamente su ogni polemica. Bruno Contrada, ieri sera, ha presentato il suo libro “La mia prigione”. Storia vera di un poliziotto a Palermo”, edito da Marsilio e scritto con la giornalista di Skytg24, Letizia Leviti. Nessun accenno, dunque, alla querelle relativa alla scelta della sede per la cerimonia, l’Aula Luca Crescente del Polo Universitario. L’Hotel dei Pini ha accolto infine Contrada e diverse decine di “innocentisti”, venuti a salutarlo e a complimentarsi, oltreché alcuni curiosi. A moderare i lavori, Lelio Castaldo. Presenti anche l’avvocato Giovanni Castronovo e Letizia Leviti, che ha spiegato la genesi e l’evoluzione del libro, che è il risultato di risposte a domande mirate, rivolte con il dovuto distacco che s’impone al giornalista, per cercare di capire, senza alcun preconcetto. Il libro si apre con l’arresto, la vigilia di Natale del 1992, quando Contrada, dirigente del Sisde da dieci anni, viene arrestato a Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Si conclude con la scarcerazione: una lunga serie di processi , dopo sentenze di assoluzione e di condanna, i dieci anni di reclusione, i fatti di chi ha conosciuto il crimine organizzato, la politica e i suoi protagonisti, e l’esperienza del carcere, tra sofferenza e ironia.

 

 

Contrada, proclamandosi sempre innocente, nel libro scandaglia le accuse dei pentiti, 17 in tutto, ricorda le testimonianze a lui favorevoli, giudicate dai magistrati “non afferenti”, perché si trattava di rapporti di amicizia o professionali; risponde alla giornalista che gli chiede di sapere di più sulla strage di via D’Amelio, sui suoi rapporti con Falcone e Borsellino, sull’informativa in cui per primo fece cenno alla cosiddetta “zona grigia”. Contrada, con i suoi ottantun anni, è arrivato appoggiandosi ad un bastone; ha preso la parola con scioltezza e sicurezza, ed ha accettato di rispondere alle domande del pubblico. “Non ho mai odiato nessuno”ha affermato, riferendosi all’ingiustizia che dice di aver subito in questi anni. “Chi deve leggere il libro deve leggerlo con spirito critico. Non ho mai desiderato solo estimatori così come evidentemente non ho desiderato avere solo detrattori o persone a me ostili per preconcetto”.Lo abbiamo incontrato al termine della presentazione.

-I segreti di Stato, le attività dei servizi segreti, le rivelazioni e il dibattito politico sulle intercettazioni al Capo dello Stato: c’è una finalità superiore per il bene supremo dello Stato, anche al limite dell’etica, di cui i cittadini è meglio che non siano a conoscenza?

“Io rispondo per me e parlo di me: ho servito sempre lo Stato senza mai infrangere le norme di legge. Ho ritenuto di essere un uomo dello Stato, un servitore dello Stato, al cui servizio ho dedicato la mia esistenza con fedeltà e abnegazione. Dico questo in piena coscienza e continuerò a dirlo fino all’ultimo respiro. D’altra parte ritengo che talvolta per il bene supremo dello Stato, e sarei tentato di dire della Patria, possono essere anche sacrificati i beni, i diritti e gli interessi individuali”.
– Il primo processo durò un anno e mezzo e alla fine il pubblico ministero, Antonio Ingroia, oggi leader di Rivoluzione Civile, chiese 12 anni di carcere. Era il gennaio del 1996. Qual è il suo giudizio su Ingroia magistrato e Ingroia politico?
“Preferirei non esprimere alcun giudizio sulla persona e sull’operato del magistrato Ingroia proprio perché è stato il mio accusatore nel mio processo. Sono dell’opinione che un magistrato, dismettendo tale sua veste, abbia il diritto di svolgere politica attiva. Anche se ho molti dubbi sull’opportunità che, dopo lo svolgimento di detta attività, rientri nei ranghi della Magistratura, perché pur rimanendo imparziale non apparirebbe più tale”.

– C’è un passo del suo libro a cui tiene di più e che vorrebbe che i lettori facessero proprio?
” L’ultima pagina del libro. L’invito ideale rivolto al mio nipotino di giudicare la mia persona e il mio operato da cittadino vorrei rivolgerlo anche agli altri”.
Contrada chiude il libro rivolgendosi al piccolo Bruno, dicendogli che sulla sua vicenda dovrà formarsi un’opinione in modo autonomo, leggendo tutto l’incartamento processuale, in modo da farsi un’idea completa dei fatti, da cittadino italiano.
– Nel suo lavoro è stato dalla parte di chi manda in carcere i delinquenti. Che cosa ha significato per lei trovarsi dall’altra parte a vivere l’esperienza della detenzione?
“Descrivere e rappresentare compiutamente ciò che l’uomo sente e soffre privato della libertà è molto difficile. Direi pressoché impossibile. È qualcosa che, se non si prova, non si può comprendere. Anche opere letterarie di alto valore, come “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, non riescono a dare una rappresentazione esaustiva dello Stato d’animo di chi è sottoposto a siffatta sofferenza”.
– “Mi sento tradito, usato e abusato dallo Stato. Anzi da uomini dello Stato”, scrive lei nel libro, il cui titolo rievoca proprio il memoriale del grande patriota, detenuto per motivi politici. Forse lei ritiene in qualche modo di essere stato un prigioniero politico?
“No, io non ho avuto la pretesa di creare un parallelo o un’assonanza, anzi ero piuttosto contrario a un titolo del genere. Io non mi sono sentito un prigioniero politico, ma mi sono sempre sentito come un uomo sottoposto a un’ingiusta e non meritata sofferenza”.

Fin qui la nostra intervista.
Nel corso della presentazione Contrada ha affermato: “Sono convinto che la giustizia sulla faccia della terra non esista. Se esiste un altro mondo, lì ci sarà la vera giustizia. Questo non si può ritenere un mondo giusto. Da quando esiste l’umanità è ingiusto: chi nasce ricco e chi in una capanna, chi malato, chi muore dopo pochi anni. Se si può avere, però, un giusto processo, mi chiedete? Bisogna avere giusti uomini. Bisogna esaminare i fatti e stabilire se una persona è innocente o colpevole ed è un compito sovrumano giudicare altri uomini. I giudici dovrebbero avere una totale mancanza di passionalità, dovrebbero avere una grande conoscenza dell’uomo e mantenere una serenità d’animo, non avere alcun dubbio”.
A chi gli ha chiesto della sua attività nei servizi segreti ha detto: “Nel Sisde ho continuato la stessa attività che svolgevo in polizia. Ho svolto sempre incarichi molto operativi e delicati. Nel Sisde mi sono occupato di criminalità organizzata, di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, ma con sistemi e metodi diversi: non più sul piano operativo, ma informativo”.
Sui suoi rapporti con i criminali ha specificato: “Oggi non userei più i confidenti, perché poi si pentono e dicono che erano amici tuoi. Ho evitato sempre di avere confidenti tra i capi, mi rivolgevo a persone che stavano con un piede dentro e uno fuori. Ad avere per confidenti dei capi mafia si rischia di essere strumentalizzati. Certo, anche i confidenti chiedevano qualcosa in cambio, ma allora era la prassi. Tuttavia da loro si ottenevano spunti di indagine, non prove”.
In merito a giudici e politica ha ancora sottolineato: “La politica dovrebbe essere estranea alla magistratura. Anch’io nel mio lavoro ho cercato sempre di tenere nascosto ai miei superiori, ai subordinati, all’esterno quali fossero le mie idee politiche. E se qualcuno parlava di politica in mia presenza, lo pregavo di andare fuori dal palazzo. Io sono un uomo di destra, non dico fascista, ma per struttura mentale, per i miei studi, per educazione familiare, mi sento portato ad essere di destra”.
Dal pubblico gli è stato chiesto dove trovi la forza: “Me lo chiedo qualche volta. A parte le mie malattie … Sono nato e appartengo ad una generazione che ha sofferto la guerra e quando è finita, fino agli anni ’50 ancora c’era miseria. Poi sono entrato nell’esercito e successivamente in polizia. Quest’esperienza mi ha rinforzato. Non soltanto ho potuto tollerare il carcere, ma mi è sembrato di continuare a servire lo Stato, perché ho aiutato in prigione giovani che non avevano la scorza dura. Li aiutavo a sopportare la sofferenza della privazione della libertà. Uno di questi si convinse a non togliersi la vita. Poi mi ringraziò. Credo che quando si ha piena volontà di servire lo Stato, la si mantiene sempre”.
Nel raccontare le difficoltà della stesura del libro, Leviti riferisce di avergli chiesto una volta come mai, visto che sostiene di aver servito lo Stato anche contro la mafia, il crimine organizzato non lo abbia mai preso di mira. Contrada le ha risposto che non sempre dalla guerra si torna feriti o in una cassa da morto, a volte si torna con una medaglia appuntata al petto.

Anna Maria Scicolone

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