Con Ciro Esposito muore il calcio italiano

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Se fossimo un Paese serio dovremmo fermarlo per un anno il calcio italiano, tanto è assurdamente violento e tecnicamente insignificante.

Ciro Esposito

Ciro Esposito

Chi copia chi? Chi è l’emblema dell’altro/a? È la Nazionale che somiglia al Paese pallido che siamo o è il Paese ad essere pallido come la Nazionale ingloriosamente eliminata in Brasile. L’una specchio dell’altra, entrambi splavidi, declinanti, poco entusiasmanti in una parola sola banali, banali come le nostre cronache, come il giornalismo italiano ed il tessuto produttivo.

L’eliminazione degli Azzurri non ha sorpreso nessuno e non ci ha neppure fatto arrabbiare più di tanto, immalinconiti e pigri come siamo abbiamo smesso finanche di mostrare passioni e trituriamo ogni sconfitta come fosse una vittoria senza gloria.

E allora assume significati drammaticamente simbolici il fatto che nel giorno della disfatta sul campo muoia dopo settimane di degenza in ospedale Ciro Esposito, il tifoso napoletano colpito durante la finale di Coppa Italia. E con lui, sembra retorica, ma è un sinistro dato di fatto, muore il calcio italiano. Se fossimo un Paese serio, ma non lo siamo, dovremmo fermarlo per un anno il nostro calcio, tanto è assurdamente violento e tecnicamente insignificante. Continuare a gonfiarlo di diritti Tv e di stipendi immotivati per i suoi scialbi attori, un manipolo di comprimari inspiegabilmente osannati dalle folle, non è solamente stolto, a questo punto, ma colpevole. È come chiudere gli occhi davanti all’abisso dentro cui stiamo sprofondando.

Il problema è che vi sprofondiamo con un ghigno, che non è un sorriso, certo, ma neppure l’urlo di terrore, e di dolore, che sarebbe opportuno in questo caso. Ma non riusciamo neppure ad aver paura del nostro abisso, il buco nero incolore che ci inghiotte.

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