Clizia, Barbie e San Calò. Che male c’è?

|




Dov’è lo scandalo se un’attrice abbraccia la statua di San Calogero? Il clero si indigna e parla di deviazioni pagane e volgari, ma la processione di San Calò è sempre stata forsennata e irregolare. Fa polemica l’attrice con la maschera di Barbie o il fatto che le foto siano finite su internet? 

Clizia Incorvaia con San Calò - Fonte BlitzquotidianoSan Calò è santo con le stimmate dell’anarchismo e del contropotere. Vagabondo, taumaturgo (che, in altri termini, indica una figura a metà tra lo sciamano e il guaritore), eremita, irregolare, con una biografia incerta e confusa, a volte nero e a volte bianco, a seconda di chiese e paesi: insomma, un santo che sfugge a ogni incasellamento. Non sarà un caso che ad Agrigento, ad esempio, è venerato come il vero patrono della città, anche se in realtà il titolare di cattedra è San Gerlando, santo e vescovo, ossequiato con una certa tepidezza, forse proprio perché il francese Gerlando, vescovo della città dei Templi verso il 1100, è sempre stato sentito come un santo “imposto” dal potere ecclesiastico, a differenza di San Calogero che, proveniente da Costantinopoli o dalla Tracia, si incaricò di cristianizzare i siciliani pagani e selvaggi, nel primo o nel quinto secolo dopo Cristo.

 

Insomma, San Calò è il santo della gente. O, quantomeno, così viene percepito e proclamato. E non è un caso che in certe canzoni popolari a San Calò vengano attribuite proprietà miracolose che cambiano di paese in paese (a seconda della rima possibile) e di questa stessa filastrocca esiste una parodia ironica e sfottente che viene declamata perfino dai fedeli, al punto da osannare addirittura un San Calò di Grotte che mangia, beve e se ne fotte.

Ad Agrigento come a Porto Empedocle, San Calò viene portato in processione dal popolo che si impossessa della statua del santo diventandone, nei giorni della festa, padrone assoluto: il fercolo gira di qua e di là, di quartiere in quartiere, di notte e di giorno. E le musiche che accompagnano il tragitto capriccioso del santo, in balia ai portatori, non sono né canti gregoriani né inni sacri: ho sentito marce jazz, cori da stadio, tarantelle, canzoni pop.

La festa di San CalogeroIl clero si adonta. Ma sa bene che, una volta uscito dalla chiesa, San Calò non è più sotto il potere ecclesiastico. La statua del santo, nei giorni di festa di Agrigento e di Porto Empedocle, torna tra la gente. Ed è la gente, con i suoi fanatismi, le sue isterie, la sua gioia non sempre compassata e religiosamente ortodossa, che lo abbraccia, lo bacia, ne deterge il sudore, lo tempesta a colpi di pane, come da tradizione. E’ così consolidata questa restituzione al popolo – ancora selvaggio e pagano? Ancora da cristianizzare, come duemila anni fa? – che davanti alla statua del santo non c’è mai né un prete né un diacono ad aprire la processione. San Calò se ne va tutto solo, barcollando tra la folla che prega, spinge, bestemmia, piange, ride e canta.

Adesso i parroci di Porto Empedocle si indignano perché per un tratto della processione, una ragazza empedoclina, Clizia Incorvaia, immagino anche lei devota a San Calò (magari devota come Andrea Camilleri che, seppure laico incallito, tiene sulla scrivania una statuetta di San Calò e descrive il suo pantheon affollato da un solo santo: San Calogero, appunto), sia salita sul fercolo e che, in qualche foto, finita sui giornali, sia ritratta accanto ai portatori con una maschera da Barbie. Il clero, in un documento, parla di “vestito indecoroso” indossato da Clizia Incorvaia e deplora le deviazioni “pagane e volgari”.

Non so bene come si possa classificare “indecoroso” un abito, quali siano i parametri del decoro e se esiste una tabella che stabilisca quali siano le misure, i colori, il taglio, le scollature e le lunghezze indecorose o meno di un abito. Ma so che, di certo, la festa di San Calò è tale proprio per le sue deviazioni “pagane e volgari” (e anche sulla volgarità e sul paganesimo bisognerebbe stabilire dove cominciano e dove finiscano).

Clizia Incorvaia e San Calò - Fonte Blitzquotidiano


I parrocci empedoclini dicono che la festa di San Calò “non è folclore”. E qui resto veramente stupito. Come non è folclore? Nel sito del Comune di Porto Empedocle la festa di San Calò è inserita nel manifesto dell’Estate Empedoclina 2013 sotto la voce “Musica, arte, teatro, letteratura”. Da nessuna parte, in quel manifesto c’è la parola religione o processione sacra. E su Google la parola San Calogero è associata alla parola folklore e alla parola processione almeno 105 mila volte. Ma il caso scoppia quando la vicenda finisce nella rete.

Adesso, le ragioni per cui la giovane attrice Clizia Incorvaia sia stata issata sul fercolo di San Calò possono essere molte, anche se magari sfuggono le ragioni per cui abbia deciso di indossare la maschera di Barbie. Ma in ogni caso, che male c’è? E’ un male che una bella ragazza abbracci il santo? Ma centinaia di ragazze, ad ogni processione, vanno ad abbracciarlo. E lo abbracciano anche molti uomini, non tutti dai comportamenti sociali e umani specchiati, eppure pochi si scandalizzano. E’ un male che lo abbia fatto perché è un’attrice? Non credo. Moltissime attrici sono devote e fedeli e questo non turba nessuno.

Forse il clero empedoclino si è indignato perché le foto di Clizia Incorvaia abbracciata al santo sono finite su molti siti e sui giornali. Allora qui la questione è tutta mediatica. Il clero, dopo aver lasciato per molti secoli il santo in mano alla gente, si è accorto che ai tempi di internet questo può produrre effetti indesiderati.

Ma non è certo la presenza di Clizia Incorvaia a far diventare pagana o volgare o indecorosa la processione di San Calò. Se ci sono state deviazioni pagane, focloristiche o isterismi fanatici questa è una vecchia storia sulla quale molti, compresa parte del clero, hanno sempre chiuso gli occhi gridando, a squarciagola, viva viva San Calò.

Gaetano Savatteri

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *