Ci son storie dall’odor di caffè

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Il tuo racconto per Malgrado tutto“L’acqua calma della baia sembrava accarezzare il ventre della barca…”

altAvevano rotto quelle parole, pronunciate così, alla buona e ancora impastate dal vino, tutto il silenzio di quei giorni spesi nell’umido di quell’alcova. Sentii allora crescere in me, al loro risuonare, come una speranza nuova, quasi avessero spezzato una sorta di maleficio che incombeva sopra le nostre teste. “Vieni con me” aveva detto il vecchio , alzandosi con una tal forza da far emettere un gemito al tavolo sotto il peso delle sue ruvide mani. Si mise a rovistare tra gli scaffali polverosi di quella credenza e ne tirò fuori una vecchia bottiglia polverosa e tutta coperta di ragnatele. Poi, con passo pesante, si diresse verso la porta, spalancandola di colpo. Repentina, la notte entrò nella stanza, avvolta nel manto delle sue ultime stelle, come fosse un viaggiatore attardatosi troppo lungo la via. Ma più buia di questa era l’ombra di quello strano compagno che s’ergeva imponente sulla soglia con gli occhi ardenti fissi nei miei. “Vieni con me” aveva detto.

Cominciammo a scendere la scogliera con l’unico ausilio delle rosse luci d’un alba gelida che stagliava le nostre ombre sugli anfratti rocciosi circostanti. Più in basso, ormeggiata con una fune, una barca sembrava aspettarci. “La Strega del mare”: così l’avevano chiamata i pescatori del villaggio. Dicevano che una bagnarola come quella non poteva che essere stregata e che era meglio non avvicinarvisi se non si voleva incorrere in qualche maledizione. Per questa ragione da molto tempo ormai nessuno calava le reti in quella baia né alcuno s’azzardava più a percorrere quel tratto di scogliera. Così, l’accecante splendore del sole nascente irrompeva nel mondo accompagnato solo dallo zufolare confuso di una leggera brezza invernale e nessuno più ad accoglierlo. Da parte mia, nella mia lenta ed indugiosa discesa, tentavo di cogliere ogni sfumatura di quello spettacolo che andava dipingendosi su quella tela di nuvole e sale per serbarlo per sempre nella mia memoria. Tuttavia, ancora oggi, ripensando a quella mattina, la sola cosa che mi sembra di ricordare con nitidezza sono le sue spalle, quelle spalle enormi, che si frapponevano tra me e quel bagliore rovente all’orizzonte e che continuavano a scendere con passo fermo e deciso, quasi conoscessero ogni singola pietra di quel sentiero.

“Non devi più andare sulla scogliera dopo il tramonto,” mi aveva detto quella volta la vecchia, “non devi farlo mai più! Perché sulla scogliera c’è il Guardiano del Faro che se ne va in giro di notte con la sua lanterna a cercare bambini come te che giocano a nascondino tra le rocce. E se ne trova uno, lo prende, lo infila nel suo sacco nero e lo carica sul suo barcone maledetto per darlo in pasto al suo mostro marino: un gigantesco serpente con la pelle di fuoco che dorme nel fondo di quella baia”.

Era solo una povera donna, piccola e scavata in volto come da un oscuro dolore. Mi ricordava nei suoi cupi lineamenti una delle tante madonnine di legno scuro che avevo visto nelle chiese d’intorno.

“Non andare!” continuava a ripetermi, quasi implorando, stringendo con forza le sue mani ossute intorno alle mie spalle.

“Mi dispiace Vera” le avevo risposto quel giorno “mi dispiace davvero, ma non sto giocando a nascondino”. Avevo dunque raccolto i miei pochi stracci ed ero uscito da quella casa con la stessa semplicità con cui ero entrato, lasciando sulla soglia quella donna che forse non aveva più lacrime per l’ennesima persona che vedeva andar via. Ancora oggi, quando l’oceano urla tempesta e il vento e la pioggia sembrano voler sprofondare questo posto nel suo ventre salato, mi capita di pensare a lei, alla vecchia Vera e a quel piccolo letto dalle lenzuola a righe, a quell’odore di caffè bruciato, a quella povera zuppa che sapeva di mare. Mi sarebbe davvero piaciuto rimanere con lei, fosse soltanto per renderle un briciolo di quello che aveva dato a quel cane rognoso trovato sul molo. Forse sarei potuto rimanere e forse ne sarei stato addirittura felice, fosse solo per poter prendermene cura fino alla fine dei suoi miseri giorni. Ma quella luce, quel piccolo lume tremulo che avevo visto da lontano scandagliare in una febbricitante ricerca le tenebre circostanti, aveva piantato le sue radici in me e non sembrava volesse andar via. No, non potevo più rimanere, perché era lì che la mia mente desiderava andare, incontro a quella flebile luce simile ad un faro che non porta i naviganti ad un porto sicuro, ma li spinge a perdersi in un’oscurità senza fine.
altL’acqua calma della baia sembrava accarezzare il ventre della barca, così da cullare gli ultimi pensieri della notte che mi avevano accompagnato lungo la discesa. Volgendo lo sguardo a prua, verso l’infinita grandezza della distesa marina, l’orizzonte appariva dischiudersi lentamente, facendo emergere da quegli abissi lontani la volta di quell’Uovo cosmico che ardeva bruciando tutto ciò che gli stava d’intorno. Abbagliato da un tale splendore, mi sembrò come se quella superficie non fosse mai stata così perfetta e liscia, ma che dal suo guscio fuoriuscisse senza sosta, da un tempo incalcolabile, un continuo fiume di magma incandescente che ne aveva plasmato la forma nei millenni. Questo poi, colando dal suo polo inferiore, sembrava piovere fumante spargendosi sul velo dell’acqua in una miriade di riflessi dorati, simili alle scaglie d’un gigantesco drago marino con la coda persa chissà dove e la testa nelle profondità di quella piccola baia. Mollemente, lasciai scivolare un braccio lungo il fianco della Strega del mare, immergendolo nell’acqua gelida del mattino nel tentativo di accarezzare quel corpo sinuoso che, serpeggiando, sembrava sfiorasse la chiglia per dirigersi rapido verso la costa. Anche la pallida torre del faro, nelle suo bianco avorio incrostato di salsedine, aveva cominciato a risplendere, come ingoiata da misteriose fauci lucenti. Ma niente di questo sembrava intaccare la fredda determinazione del mio compagno che pareva condensata, ancora una volta, in quel suo sguardo che sembrava ardere dello stesso fuoco del sole.

Continuò a remare per un tempo indefinito, finché non decise che ci eravamo allontanati abbastanza. Allora tirò con forza i remi in barca e, per un attimo, fummo nuovamente immersi nel silenzio solitario di quel remoto tratto costiero. Lentamente, quasi sospinto dal dolce gonfiarsi delle onde, un vago ed indefinito senso di smarrimento iniziò a farsi strada dentro di me. La barca aveva preso a scivolare tranquilla sull’acqua seguendo una corrente pigra che ci spingeva al di là degli scogli, verso un’altra insenatura nascosta allo sguardo. Fui colto allora ancora una volta dalla sensazione, per non dir dalla certezza, di essere solo un semplice naufrago che fluttua immerso in una matrice misteriosa ed insondabile, caratterizzata solamente dallo scorrere dell’acqua più che del tempo.

Poggiati i remi, il Guardiano del Faro prese quella bottiglia da una delle tasche del suo vecchio cappotto tutto logoro e la spolverò rapidamente con l’estremità di una manica. Lievemente, con la sola punta delle dita, cominciò poi ad accarezzarla con la stessa dolcezza con cui si accarezza il volto d’una persona amata. Lenta, dal fondo apparentemente riarso dei suoi occhi, da quel fuoco inestinguibile che sembrava tormentarlo, mi parve di scorgere l’impercettibile ombra d’una lacrima che, accomodatasi nel duro solco d’una ruga, precipitò rapida sul freddo vetro, immortalata dal fulgore dell’alba. “Mi dispiace, amico mio” disse poggiandovi dolcemente la fronte, ma con voce che gli usciva a fatica, come frammentata in gola da un ostacolo insormontabile. “Mi dispiace di averti fatto aspettare così tanto”. Lo osservai a lungo stringere quella bottiglia, mentre il fulgore dell’alba avvolgeva la sua grande figura da animale ferito in un caldo alone rosso. Ne sfiorò rapidamente il collo per andare a rimuoverne il sughero che saltò in un sonoro schiocco sotto la pressione del suo pollice. Allora, con movimento goffo ed indeciso, piegò il suo pesante corpo fuoribordo e, con mano tremante, la inclinò leggermente osservandone il contenuto riversarsi nel profondo oceano. Un sottile fiume di cenere brillava nell’aria circostante e dispiegava il suo ampio velo nella fitta densità di quelle onde che continuavano a sospingerci chissà dove. Un drappo argenteo andava sprofondando pian piano nella baia e per un solo momento sembrò adombrare l’accecante splendore di quel mostro marino che s’aggirava al di sotto della barca. Come per raccoglierne un brandello prima che questo potesse dissolversi, il mio compagno affondò violentemente la bottiglia nei flutti per poi ritirarla a bordo nuovamente colma. La racchiuse stretta tra le sue possenti mani e levandola in alto, più su del capo, quel suo contenuto oscuro apparve come ribollire d’una nuova scintillante vita che, dal fondo di quell’urna, colava lentamente, goccia a goccia, sulla sua fronte corrugata mescolandosi a tutte quelle lacrime non piante che gli avevano reso negli anni così duro il viso. Nella sua immensa magnificenza, il sole di un nuovo giorno aveva finito d’emergere all’orizzonte incenerendo gli ultimi strascichi della notte e gettando la sua luce sul mondo circostante e su quella povera anima tormentata i cui confusi frammenti ricordavano la pelle di un gigantesco serpente che si crogiolava alle prime luci del mattino.
alt“Grazie per essere venuto” mi aveva detto una volta tornati sulla terra ferma. Mi guardava, quell’uomo, standosene di nuovo lì sulla soglia, con quella misteriosa bottiglia stretta tra le mani e la bisaccia in spalla. Ma questa volta non mi aveva chiesto di seguirlo, né l’avrebbe fatto, né io, d’altra parte, avrei mai potuto accettare il suo invito. Me ne stavo dunque lì, seduto sulla panca, in quella stanza umida ad osservare, ancora una volta, la sua ombra che si stagliava contro un luminoso orizzonte. “Grazie dal profondo del cuore” disse sorridendo, stringendomi in un profondo abbraccio che aveva il sapore d’una lontananza inevitabile. Niente, infatti, avrebbe potuto trattenerlo dal lasciarsi il sole alle spalle e di mettersi nuovamente in cammino verso un a meta che forse nemmeno lui conosceva. Io, invece, sarei rimasto qui, proprio nel faro, per quanto tempo non so ancora dirlo, dato che sembra non dipenda esclusivamente da me questa decisione. Il perché è scritto qui, sulle vecchie pagine ingiallite di questo diario che ho trovato nascosto nel barattolo del caffè e che sembra contenere tutte le storie dei tanti e tanti uomini divenuti negli anni il Guardiano del Faro e su cui ora tento di scrivere la mia, in attesa che arrivi qualcuno, attratto dalla fioca luce della lanterna, pronto per raccontare la sua.

 

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