C’erano una volta gli auguri di Natale

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Quando la cassetta della posta traboccava di biglietti di auguri di tutti i tipi che appena  li leggevi ti scaldavano veramente il cuore.

altOgni volta che rientro a casa, come tutti del resto, butto sempre un’occhiata nella cassetta della posta con la segreta speranza che non vi sia niente, lo confesso. Perché nove volte su dieci ci trovo una bolletta o comunque qualche avviso di pagamento. Nella migliore delle ipotesi, cataloghi commerciali, volantini di pizzerie che ti portano tutto a casa, promozioni di palestre, supermercati che scontano pure la carne, e queste cose qui.

Sembrano così tristemente lontani i tempi quando invece aspettavi il postino con l’ansia beata di chi deve ricevere la lettera di una persona cara, o la piacevole sorpresa di una cartolina con un semplice “cari saluti da Riccione”, che a noi siciliani che restavamo a casa chi ti scriveva da Riccione o da Rimini ci sembrava fosse in chissà quale lontano paradiso. Poi arrivava Natale.

E la cassetta della posta traboccava di biglietti d’auguri di tutti i parenti e gli amici sparsi nel mondo. Ne arrivavano di tutti i tipi. Con Gesù bambino, Giuseppe, Maria e l’asinello e il bue nella stalla. A colori. O imperlati. O innevati. Che si aprivano a fisarmonica, a ventaglio, a finestra. O quelli con tutti i Babbo Natale possibili e immaginabili. Sulla strenna. Nel camino. Davanti la porta. E dentro poche righe calde e sincere, semplici e avvolgenti. Scritte a mano, con la penna. Con la data, e la località. Io li collezionavo. Per anni, da piccolo, li raccoglievo in una scatola per scarpe, e ogni anno non vedevo l’ora che arrivasse Natale per aumentare la mia preziosa collezione.

Poi arrivarono i telefoni cellulari e con loro gli sms. Ecco, non so voi, ma io detesto ricevere messaggi di auguri di Natale via sms. Posso capire quelli diretti, personali, e va bene. Ma quelli multipli, quelli seriali, no. Quelli li odio.

Quelli che, confessatelo, molti di voi per semplicità e comodità ancora fanno della serie “Che sia un Natale sereno e felice, tanti auguri da Mario Rossi e famiglia”, per esempio, no? Ecco, magari chi li manda non si rende conto che mette dentro tra i destinatari anche gli amici amici. E magari succede quello che è successo a me una vigilia di Natale. Ero con un paio di amici a prendere un aperitivo e stavamo aspettando un altro amico e un attimo prima che questi comparisse, a noi tre che lo aspettavamo ci squilla con una serie di bip il telefonino. Contemporaneamente riceviamo lo stesso identico messaggio di auguri, firmato nome e cognome (che non si può vedere!!!). Ebbene, era lui.

Poi arrivò Internet e gli auguri viaggiavano via mail. Poi vennero facebook e twitter, e apriti cielo, tutto succede ormai lì dentro. C’è chi trova moglie sui social network, figuriamoci se non ci si scambiano gli auguri di Natale. Le bacheche in questi giorni grondano di cartoline virtuali, di suonerie din don dan, di ogni genere di immagine legata al Natale. C’è chi apprezza, chi un po’ meno e annuncia severo sul proprio profilo “non ingolfate la mia bacheca con auguri stereotipati, non vi rispondo”.

Ma bisogna rassegnarsi. E’ così che ormai funziona. I sociologi direbbero :”è la globalizzazione bellezza”. Meglio: l’omologazione. Ma ricordiamocelo: nessuno ci obbliga. E allora, se proprio volete regalare un’emozione, fidatevi, fate come una persona a me molto cara.

Ieri quando ho buttato la solita quotidiana occhiata nella buca delle lettere, c’era una busta bianca. Comune. Il mio nome e altcognome e l’indirizzo scritti a penna, a stampatello, e un francobollo da 0,70. Ho capito subito che non poteva essere un avviso di quelli che uno teme. Giuro, ho aperto con una punta di emozione la cassetta. Ho preso quella busta, l’ho girata e rigirata tra le mani delicatamente. L’ho aperta con cura. Sapete cosa c’era dentro? Un biglietto di auguri natalizi. Un cartoncino di due pagine, con Babbo Natale stampato sulla prima seduto e la scritta “Buon Natale”.

Dentro, poche righe scritte a penna, una biro blu. Parole dolci e calde, avviluppanti nella loro semplicità. Auguri come quelli di una volta. Lo dico: mi ha scaldato il cuore quel biglietto. Mi ha fatto tornare piccolo. Mi ha emozionato, e perfino commosso. Tanto che lo tengo qui con me, sulla mia scrivania, in bella mostra, quasi fosse un cimelio. Consapevole che assai probabilmente resterà l’unico quest’anno e non potrò ricominciare la mia collezione. Ma per questo Natale, basta e avanza.

 

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