Cassati di Pasqua e gialati di Munti

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Così, in Occhio di capra, Leonardo Sciascia parla dei dolci che si devono evitare a Racalmuto per la giornata di Pasqua e per la festa della Madonna del Monte. 

Cassata siciliana

I pasticceri di Racalmuto assicurano che la crisi si sente, ma ai dolci nessuno sa rinunciare. E nel giorno di Pasqua tutte le pasticcerie del paese mostrano i dolci tipici del periodo. Colori sgargianti, zucchero a mai finire e tradizione da rispettare. Nonostante la crisi. La regina rimane la cassata siciliana che riempie banconi e vetrine. A tavola non mancheranno di certo cannoli e babà, dolci al pistacchio e paste di mandorla. E i taralli di Racalmuto, naturalmente: biscotti al latte inzuppati nello zucchero e scorza di limone che fa impazzire tutti. Leo Gullotta, cittadino onorario del paese di Leonardo Sciascia, in pochi minuti ne assaggiò tantissimi. Non smetteva mai di assaporare il dolce tipico del luogo. Rimase a bocca aperta il noto attore siciliano, ospite in piazza Castello nell’estate del 2002. Anche il Commissario Montalbano in una delle sue indagini non perde tempo a spostarsi da Vigata a Racalmuto per assaggiare i taralli: ne mangiò così tanti da provare vergogna, scrive Camilleri.

Ma a proposito di cassate, in Occhio di capra lo scrittore di Racalmuto sentenzia così quel detto, forse oggi poco conosciuto: “Cassati di Pasqua e gialati di Munti“.

Sciascia fotografato da Ferdinando Scianna

 (Foto Ferdinando Scianna)

Scrive Sciascia: “Cassate di Pasqua e gelati di Monte (della festa della Madonna del Monte): sono le cose che non si debbono comprare. Tanta è la richiesta di cassate a Pasqua e di gelati alla festa del Monte che per esaudirla i dolcieri fanno tutto in anticipo, con fretta e senza scelta degli ingredienti che vi impiegano (e specialmente elemento principe, le ricotte: che debbono essere “fini”, di delicato sapore, senza sentore di trigonella o di fumo). Una tale prescrizione dice del gusto raffinato, sottile, dei racalmutesi in fatto di cibi, anche i più semplici… “

Di certo Sciascia, anche in questa “voce” del libro, non rinuncia all’arguta e acuta espressione dei racalmutesi che dicono una cosa per dirne un’altra. E da buon Racalmutese, lo scrittore non poteva che osservare l’ironia dei suoi concittadini. “Scinniri di la cruci. Lu scinnì di la cruci“: ecco un altro detto dimenticato. Tirare giù dalla croce. Lo tirò giù dalla croce. Si dice – scrive sempre Sciascia – a figurare la più distruttiva maldicenza: che fa da sepolcro alla reputazione di una persona. Come una immagine di pietà (Giuseppe d’Arimatea che depone dalla croce Gesù) e un articolo di fede (la Resurrezione) siano contemporaneamente negati e assumano il significato della più nera detrazione, credo sia da ascrivere alla generale refrattarietà dei siciliani ai misteri religiosi, al loro materialismo, e alla particolare, acuta, spregiudicata fino ad essere blasfema, ironia dei racalmutesi. “Ti ringrazio” dice Quasimodo alla madre “dell’ironia che hai messo sul mio labbro, mite come la tua”. Io – conclude Sciascia – posso ringraziare un paese intero: di avermi appreso un’ironia tutt’altro che mite”.

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