Il Caso Moro e quegli impenetrabili misteri

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Quarant’anni fa l’uccisione di Aldo Moro. Le domande, i dubbi, le zone d’ombra che ancora oggi accompagnano il sequestro e l’omicidio di uno degli uomini più autorevoli e influenti della Prima Repubblica.

Aldo Moro

Piazza Fontana è stata tramandata, nella storia contemporanea italiana, come il giorno, in cui la nazione e l’intera società persero l’innocenza. Il 16marzo 1978, nel quale, in via Fani, Moro è stato rapito e gli uomini della scorta barbaramente trucidati, i frenetici, convulsi 55 giorni, nei quali lo  statista è stato relegato nella cosiddetta “prigione del popolo” ed  il 9 maggio 1978, data in cui fu rinvenuto il cadavere, nella oramai famigerata Renault rossa, in via Caetani, hanno, invece, arrecato un vulnus irreparabile alla credibilità delle istituzioni, piegando in ginocchio la dignità della Repubblica, colpendone il rappresentante più prestigioso, “… quello che appariva il meno implicato di tutti”, secondo Leonardo Sciascia.

“Di sicuro c’è soltanto che è morto…”. Questo è l’indimenticabile incipit dello storico articolo di Tommaso Besozzi sulla morte di Salvatore Giuliano, dominata dal mistero e costellata da retroscena inquietanti, avvolti nella nebbia della dissimulazione, del ricatto insidioso e delle torbide intese tra potere e gangli diffusi del crimine e dell’illegalità. Questa celeberrima espressione si attaglia, anche a distanza di quarant’anni, alla pagina oscura e controversa della vicenda del sequestro e della morte di Moro e dei cinque uomini della scorta. La ricostruzione dell’intero caso Moro è, infatti, pervasa da aspetti ambigui, da ricostruzioni contraddittorie, da aree di opacità impenetrabile.

Per raccontare e tentare, anche se in modo vano, di dipanare la coltre di densa incertezza, che ha sempre avvolto la vicenda, occorre procedere su due distinti livelli: quello storico- investigativo e giudiziario ed il piano politico, con una  attenzione particolare rivolta al dibattito innescato dallo scontro tra la cosiddetta linea della fermezza e la tesi della trattativa nei confronti dei terroristi. Per affrontare il primo livello, occorre partire dalla disamina delle carte, cioè dalla mole straordinaria di documenti ed atti che le diverse commissioni parlamentari ( Moro, P2, Stragi ed Antimafia )  i numerosi processi, le inchieste giornalistiche ed i saggi storici hanno incessantemente prodotto.  Dallo studio della complessa documentazione, emerge la insussistenza di elementi concreti che possano avallare, in modo incontrovertibile, la tesi di un sequestro in appalto, sostenuta dal collaboratore dello statista ucciso, Corrado Guerzoni, secondo la quale il sequestro venne commissionato da entità estranee ai gruppi terroristici, probabilmente straniere e, poi, eseguito materialmente dalle BR.

E’ innegabile che l’intera vicenda sia caratterizzata da aporie ed incongruenze, di singolari atteggiamenti, contrassegnati da omissioni e superficialità, ma nessuna prova evidente dimostra l’esistenza storica e giudiziaria di un complotto per sopprimere Moro. Nello stesso tempo, però, storici come Agostino Giovagnoli e Vladimiro Satta, che energicamente da sempre hanno respinto le  tesi dietrologiche circa un presunto coacervo di devianti interessi ed inconfessabili logiche, alimentate da figure avvolte nell’ombra o appena delineate da suggestive ricostruzioni, riconoscono che nel caso sono insistentemente presenti comportamenti contraddittori, circostanze oggettive mai chiarite, ingiustificati immobilismi istituzionali, diffuse inefficienze.

Diverse, infatti, sono le zone d’ombra che permangono nell’evento delittuoso. Le diverse inchieste, ad esempio, non hanno mai chiarito quanti fossero i terroristi che agirono in via Fani: all’inizio gli stessi parlarono di sette, poi confermarono nove elementi. L’attenta  Miriam Mafai, il giorno dopo l’agguato, parlò nel suo articolo di dodici persone impegnate nella strage. Altre fonti parlano di quattordici persone. Nelle diverse inchieste, ci si è insistentemente soffermati a valutare l’esistenza ed il ruolo della cosiddetta Honda, con due persone a bordo, sbucata dal nulla, dalla quale vengono esplosi dei colpi di mitra nella direzione di un passante, Alessandro Marini, che sopraggiungeva dalla parte opposta, circostanza recisamente negata dai terroristi, ma confermata da diversi testi e dal foro sul parabrezza dello scooter.

Via Fani subito dopo il sequestro di Moro

Un altro increscioso dubbio concerne le armi effettivamente usate nell’attentato: infatti, sono stati rinvenuti dei bossoli che non appartenevano alle armi detenute dai criminali, né dagli uomini della scorta. Con cadenze periodiche, si parla della presenza sul luogo del massacro di un killer della ‘ndrangheta, Nirta, e di un legionario, vicino sempre alla mafia calabrese, De Vuono. Ma le foto che li ritraggono sono sparite dai fascicoli giudiziari, qualcosa si rinviene da alcuni giornali dell’epoca. Un altro aspetto mai chiarito dalla sfinge Moretti riguarda il misterioso viaggio, da lui compiuto in Calabria, poco prima dell’attentato, di cui gli altri compagni sono venuti a conoscenza soltanto durante i processi.

Cosa ci faceva quella mattina in via Fani il colonnello del SISMI Camillo Guglielmi? Inoltre, non ha mai convinto il percorso, effettuato dopo lo scontro armato, per raggiungere la prigione. Molti dubbi si addensano sulla casa di via Montalcini: per molti commentatori la prigione, in un primo tempo, si trovava vicino al mare di Fregene, successivamente il prigioniero veniva spostato in un luogo del centro storico, vicino alla zona di via Caetani. Il corpo del parlamentare democristiano non presentava i segni della costrizione e dell’assenza di moto, che, invece doveva possedere rimanendo per quel lungo periodo segregato nell’intercapedine. Accenniamo, inoltre, all’enigma Gradoli, alla mancata irruzione nel covo da parte della polizia che perquisiva lo stabile, all’ostentata esibizione della parata presso il paesino di Gradoli, quando nessuno ha avuto l’umiltà, dopo la soffiata della seduta spiritica, di controllare la probabile esistenza di una via con lo stesso nome a Roma; la singolare modalità, con la quale l’abitazione veniva scoperta e l’improvvida evidenza data alla notizia, che consentì la fuga degli inquilini. La pressione oggettiva, esercitata dal falso comunicato dal lago della Duchessa, che quasi comprimeva deliberatamente la possibilità di una scelta umanitaria dei brigatisti.

Sul fronte delle indagini, appare inspiegabile che mentre si esibiva la forza nerboruta dei reggimenti, che presidiavano interi quartieri, non si coinvolgevano eminenti risorse investigative come il questore Santillo ed il generale Dalla Chiesa, mobilitati successivamente al tragico epilogo di questa storia. All’alto ufficiale vennero, poi, conferiti particolari poteri investigativi e di intelligence, che consentivano di agire in completa autonomia, fuori dal controllo dell’autorità giudiziaria; potendo riferire direttamente al potere politico. In questo quadro può inserirsi l’ennesimo mistero: il memoraile di via Montenevoso, ritrovato in due distinti momenti. Nel secondo rinvenimento i documenti presentavano capitoli relativi a Gladio, che erano stati precedentemente occultati per opportunità politica contingente.

Moro nella prigione delle BR

Risulta, a questo punto, interessante chiedersi dove siano finiti i nastri della registrazione degli interrogatori di Moro, avvenuti durante la prigionia, di cui mai è stato riferito un definitivo chiarimento da parte dei terroristi implicati. Oppure le ragioni che hanno provocato un serio condizionamento nelle inchieste della magistratura, attraverso omissioni e ritardi. Imposimato, giudice istruttore del caso Moro, venne a conoscenza della circostanza che lo speciale corpo di polizia Ucigos, che rispondeva direttamente al ministero degli interni, avesse sospettato almeno due anni prima che in via Montalcini vi fosse una base br, ma questa notizia non venne comunicata all’autorità giudiziaria.

Oscure appaiono le modalità della esecuzione: i rilevamenti del Ris nel 2017, suggeriscono che Moro fosse seduto sul sedile del passeggero davanti e che si difese dai colpi, che provenivano verosimilmente dal sedile posteriore. La morte del prigioniero avvenne sostanzialmente per dissanguamento, a causa di ferite che si dispiegavano a corona attorno al cuore e che costituivano una sorta di macabra firma del sicaro De Vuono.

Atterrisce pensare che il comitato di crisi, insediato presso Il ministero dell’interno da Cossiga, fosse costituito interamente da affiliati alla P2; pertanto, avversari acerrimi della politica di solidarietà nazionale, intrapresa da Moro. Ed infine perché’ le riunioni del comitato direttivo si tenevano a Firenze? Quale ruolo svolgeva il sanguinario Giovanni Senzani, che, guarda caso aveva entrature notevoli negli apparati di polizia, giudiziari e di intelligence, per il ruolo di criminologo che rivestiva? Le domande, già compilate, che Moretti poneva a Moro, venivano concepite e redatte  da Senzani?

Se la teoria del complotto nel  sequestro appare allo stato destituita da fondamenti concreti, l’inadempienza investigativa e l’attendismo politico possono essere spiegate dalla cosidetta teoria del “doppio ostaggio” ( formulata in commissione strage). I brigatisti, cioè, oltre a detenere fisicamente la persona del dirigente politico, possedevano, soprattutto, le confessioni  e le ricostruzioni di episodi e vicende politiche rese dallo stesso ai carcerieri, in uno stato di presunta prostrazione. Quindi, ad un dato momento, gli apparati, su  pressioni istituzionali precise, si mossero per acquisire le eventuali carte dello statista, che potevano fungere da pericolosi strumenti di ricatto.

Perche’ ad un certo punto Moro si mostrava ottimista circa la sua liberazione e poi, comunicava ai familiari la inspiegabile decisione della sua condanna a morte? Forse chi aveva recuperato i verbali, lasciava al suo destino l’oramai scomodo testimone?

La verità, presupposto della giustizia, assume i contorni chimerici dell’ineffabilità. Essa rimane imperscrutabile dietro la porta che il tetro custode della legge, nel celebre apologo kafkiano, serra dinanzi allo smarrito ed indifeso contadino.

Il livello politico vede l’irrompere nel dibattito tra le forze politiche e tra settore dell’opinione pubblica dei temi inediti di carattere morale ed etico. Il contrasto tra i fautori della linea della fermezza, contro ogni cedimento nei confronti dei terroristi ed i sostenitori della linea della trattativa, che implicava la possibilità di riconoscere talune concessioni dinanzi alla minaccia brigatista, poteva essere paragonato al conflitto tragico di Antigone contro Creonte. Il valore della vita umana contro il rispetto delle istituzioni e delle leggi: il diritto naturale contro la ragione di stato, che non contempla la pietas.

Alcuni esponenti della linea della fermezza esperirono, comunque, dei tentativi di mediazione, avvalendosi di Gheddafi e di Arafat o facendo intervenire la Caritas, Amnesty International, l’ONU ed il Vaticano. Il PCI, rigido interprete della fermezza, con questa posizione voleva rimarcare la distanza tra il partito ed i terroristi, che i detrattori sostenevano appartenere allo stesso album di famiglia e la indiscutibile affidabilità istituzionale di un partito che si apprestava ad assumere, anche se in un futuro incerto, delle responsabilità governative. Ai sostenitori della fermezza non si contesta la volontà di non cedere alla pretesa del riconoscimento politico, avanzata dai terroristi, ma l’incertezza decisionale, l’immobilismo strano ed inedito degli apparati investigativi, il condizionamento del potere giudiziario. Lo stesso Moro parlò nelle sue lettere di questa anomalia della fermezza posta in essere da un partito mellifluo e versatile come la DC, la quale, di contro non promuoveva dibattiti parlamentari sul caso, nè credibili coordinamenti nelle indagini.

I socialisti, schierandosi con i radicali, ruppero il fronte della fermezza, adducendo ufficiali ragioni umanitarie, ma soprattutto per calcolo politico, volendosi sganciare dall’abbraccio ( che sviluppava un dialogo serrato) PCI- DC, che minacciava di annientarlo. L’iniziativa socialista venne tacciata di spregiudicatezza e controversi e, deleteriamente pubblicizzati, furono i contatti con gli ambienti contigui della sinistra extraparlamentare. Le diverse posizioni provocarono degli scontri aspri che produssero inevitabili ripercussioni politiche nei periodi successivi, incrinando anche rapporti personali tra alcuni leaders.

Ma noi vogliamo ricordare che la generale impreparazione, la presunta volontà premeditata di non fare fino in fondo il proprio dovere, l’ostinazione delirante dei terroristi, il concorso di logiche eversive e politicamente perverse segnarono il destino di un uomo, che se da un lato impersonava le logiche contorte e bizantine del potere democristiano, dall’altro aveva concepito un’idea innovativa, che se fosse stata realizzata, avrebbe arrecato una seria e sensibile trasformazione dell’assetto politico, affermando un confronto maturo e libero nella pienezza democratica, in cui l’alternanza al potere delle diverse forze politiche avrebbe reso compiuto e dinamico un sistema legittimamente libero e costituzionale.

La figura di Moro, soprattutto nel suo isolamento finale e tragico, poteva essere equiparata a quella di Azana, presidente della Spagna repubblicana fino al 1939, al quale Sciascia dedicò queste sublimi parole: “la più alta, nobile e solitaria espressione dell’angoscia di far politica che ogni uomo politico dovrebbe sentire”.

Foto da Internet

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2 Responses to Il Caso Moro e quegli impenetrabili misteri

  1. Agostino Spataro Rispondi

    25 marzo 2018 a 15:29

    SULL’ORLO DELLA VERITA’
    Non conosco il signor Butera. Ho letto, con il più vivo interesse, la “ricostruzione”, punteggiata da tanti buchi neri, della tragica vicenda dell’on. Aldo Moro, da cui- possiamo dire- iniziò la fase della decadenza delle Istituzioni repubblicane e della politica italiana. Fino al nauseante panorama di questi giorni. Anche il signor Butera si ferma sull’orlo della verità, dove tutti ci siamo fermati. Cordialmente. Agostino Spataro

  2. gigi

    gigi Rispondi

    9 maggio 2018 a 19:46

    complimenti Mimmo: ottimo articolo

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