Capitolo Uno – La zia Teresa

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Io avevo uno zio pazzo, ma pazzo del tutto, che sposò Teresa…


“La zia Teresa” è un melodramma d’amore e gelosia nella Sicilia degli anni Sessanta. Liberamente ispirato a una storia vera, il romanzo di Annamaria Tedesco svela i retroscena della vita di una coppia, Antonio e Teresa, dentro un paesaggio che ricorda le fotografie in bianco e nero. Da oggi comincia la pubblicazione a puntate di questo “foulleitton” drammatico e appassionato che ci conduce per mano nel labirinto tormentato di un legame morboso e oscuro che sfiora la follia.

 


Teresa, l’ultima di nove figli, nacque nel novembre dell’anno 1939, un mese prima della data presunta, ad Agrigento. Alla sua nascita, la levatrice e le donne che le erano intorno a vederla s’impaurirono per la sua straordinaria bellezza.
Natalia, la madre, quando la prese su di sé restò sgomenta. La bambina era così bella da far star male, sembrava non essere di questo mondo; era perfetta, forte, i capelli mossi ondulati ad ornare un visino angelico da cui emergevano occhi verde mare, aperti sul mondo, che guardavano come se già sapessero e così continuò a crescere, bellissima.

A undici anni già signorina, era alta, perfettamente proporzionata, viso ovale, pelle di porcellana, capelli e sopracciglia mielati sotto le quali brillavano occhi da fata, bocca grande e sensuale che quando apriva al sorriso annichiliva. Lenta e regale nell’incedere, ammaliava tutti. La ragazza però non era consapevole dell’effetto che esercitava sugli altri e portava avanti la sua bellezza in modo noncurante, docile e gentile con i più, sprezzante e altera con gli arroganti, naturalmente.
Abitante di un mondo onirico, fatto di principi, eroine e danzatori, lei stessa si vedeva ora ballerina, ora giovane amazzone in fuga. Insomma, visionaria con la testa tra le nuvole, dicevano.
Indolente e contemplativa, provava attrazione solo per i fiori, il mare e la musica, ballava ore e ore fino a sfinirsi davanti allo specchio, ma quando i genitori la iscrissero a una scuola di danza lei, dopo poche lezioni, ricevendo una scudisciata dall’insegnante per via di un arabesque glissée mal riuscito, s’impuntò e non ci andò più.
Amata e viziata da tutti crebbe in realtà abbandonata a sé stessa, selvatica; poche letture per lo più romanzi dell’8oo e la musica a farle compagnia: Chopin, Schuman, List, Berlioz e l’adorato Chaikovskij.
Quando raggiunse i vent’anni suo padre, tenente colonnello, a causa di numerose disavventure e di qualche pasticcio finanziario, fu costretto a lasciare il servizio, decise così di farla sposare di fretta con un buon partito.
Teresa non passava certo inosservata, ma rifiutava tutte le proposte, finché non giunse Antonio il dottore, diverso dagli altri, alto, bruno, massiccio, bello come un dio greco, dagli occhi neri grandi come laghi oscuri, offuscati da spesse lenti, elegante, signorile. L’uomo cominciò a frequentare la sua casa accompagnando il padre nelle visite alla nonna adesso inferma. Un giorno arrivò da solo, fu Teresa ad aprigli la porta, a porgergli la mano e ad accompagnarlo al capezzale dell’inferma; qui rimase affascinata dalla sua calma, da come con le sue mani toccava le carni della vecchia. La ragazza stava in piedi, il corpo poggiato sulla spalliera della sedia dove lui era seduto, quando improvvisamente questi si girò a guardarla; fu allora che lei sentì la volontà sfuggirle insieme al corpo. Per un istante vide occhi neri e un naso aristocratico, lasciò così che il dottorino le afferrasse le dita. Le mani di lui non erano pesanti e nemmeno ruvide, perché ogni giorno maneggiava una crema dopobarba e una idratante per il viso. Teresa le guardava, mentre stritolavano le sue esili e morbidissime dalla pelle diafana che contrastava con quella di Antonio; il medio dell’uomo prevaleva sulle altre dita non affusolate, forti, con della peluria sopra, ma nemmeno tozze, il dorso era percorso da vene bluastre, le unghie rosee lisce, divorate dai denti. Le allontanò stregata, perduta al tal punto che dopo qualche mese lo sposò…

(1-continua)

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