Buzzanca, il merlo maschio che spiegava il sesso ai ragazzi di ieri

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L’attore Lando Buzzanca finisce in ospedale. Tentato suicidio o malore? Piccolo giallo. Un incontro con l’attore che per anni ha interpretato il latin lover siciliano

Lando BuzzancaCon quella sua faccia guascona, il ghigno beffardo, la stazza da Gran Lombardo, come avrebbe detto Elio Vittorini, Lando Buzzanca non sembra uno che si taglia le vene perché non ha firmato un contratto. Indimenticabile per chi lo ha visto in “Sedotta e abbandonata”, ma soprattutto per chi – come me – lo ha conosciuto negli anni Settanta quando incarnava il mito del maschio meridionale, affascinante eppur fragile, tutto passione e istinto, in film forse oggi dimenticati come “Il merlo maschio”, “Il vichingo venuto dal sud” oppure nei film di Pasquale Festa Campanile “Quando le donne avevano la coda” e “Quando le donne persero la coda”.

E chi ha dimenticato la pellicola, un po’ pecoreccia, “San Pasquale Baylonne protettore delle donne”? Lando Buzzanca rappresentava l’uomo a diciotto carati, sempre appresso alle gonnelle delle donne, per poi rimanerne annientato. Cosa che fece anche in tv, con una serie che, se non sbaglio, veniva chiamata “Ciccino e Ciccina”, accanto a Delia Scala, nella quale interpretava il fustacchione un po’ babbeo, ma tanto adorabile.

Figura d’attore brancatiano – non è un caso che interpretò anche un “Don Giovanni in Sicilia” – in fondo maltratto dalla critica peggio di quanto valga in realtà, Lando Buzzanca l’ho incontrato una sola volta, un anno fa a Catania.

Nei tempi d’attesa di uno spettacolo al teatro antico di Catania, ci fermammo a parlare a lungo. E gli raccontai che ero cresciuto con i suoi film e che per molti – allevati in un piccolo paese con un cinema dalle sedie sgangherate – quelle pellicole piene di allusioni sessuali, di erotismo alla buona, avevano formato una sorta di educazione sentimentale, forse rozza, forse volgare, ma comunque sempre educazione era, in un tempo in cui di certi temi si parlava molto fra di noi e poco in famiglia, pochissimo con gli adulti e ancor di meno con quelli che avrebbero dovuto darci esatte indicazioni su un mondo (quello dei rapporti tra uomini e donne) che invece meritava qualche spiegazione serena in più e meno iperboli e vanterie da bar.

Lando Buzzanca rimase quasi commosso. Non ero il solo a dirgli che cosa aveva rappresentato per noi, figli degli anni Sessanta, la sua filmografia. Sembrava veramente emozionato, non so se autenticamente o per abilità d’attore. E allora, dietro quella commozione, gli occhi lucidi, la voce quasi rotta, emerse il tratto di un uomo con una sua accesa sensibilità, quasi una vanitosa fragilità che mi stupì, considerando che avevo di fronte un uomo di quasi ottant’anni, sulla scena dal 1961, che ha conosciuto una lunga stagione gloriosa, un’eclissi silenziosa e un ritorno, al cinema e in tv, degno di un attore di lungo corso qual è.

Oggi, sul ricovero in ospedale di Lando Buzzanca si è acceso un piccolo giallo. Tentato suicidio? I familiari smentiscono e parlano di un colpo di calore, di un malessere passeggero. A noi, a me, non interessa molto perché Lando Buzzanca sia finito in ospedale. In ogni caso, nulla toglie nel ricordo e nel presente alla simpatia che, sia pure a distanza, nutro per quest’attore palermitano che ha incarnato un modello di latin lover che non esiste più nemmeno nell’immaginario collettivo. Che forse non è mai esistito, se non nelle fantasie di scrittori, sceneggiatori e registi.

E allora, tanti auguri a Lando Buzzanca che il 24 agosto compie 78 anni. Tanti auguri al vichingo venuto dal sud. Un vichingo forte e fragile come quella sera di un anno fa, a Catania, quando il merlo maschio si emozionò per un complimento di troppo.

Gaetano Savatteri

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