Buttanissima Sciacca

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UNA CITTA’ AL TRAMONTO. La chiusura delle Terme di Sciacca è la fine di un’avventura millenaria. Sono passati sedici anni dalla privatizzazione, ma la Regione non cede niente ai privati. Le assurdità di una storia dove pesano burocrazia, potere e interessi

Questo è l’ombelico del mondo. C’è chi, indugiando nella più fanatica vanagloria sciovinista, è convinto che il suo celebre inciso Jovanotti l’abbia concepito di passaggio da Sciacca. Città che, intendiamoci, pur vantando un bel paesaggio e potendo perfino ostentare una storia piuttosto interessante, oggi tutto può essere considerata fuorché l’ombelico del mondo. Anzi. Pur essendo inopportuno attardarsi in vacui vittimismi, oggi Sciacca è forse l’opposto dell’ombelico del mondo. Sempre che ci sia. Se non si rischiasse di commettere lo stesso errore (al contrario), si potrebbe perfino dire che la Sciacca è il simbolo del degrado: quello burocratico soprattutto, nel solco di quella Buttanissima Sicilia impietosamente raccontata da Pietrangelo Buttafuoco.sciacca-terme

La chiusura delle Terme rappresenta il più evidente dei segni di riconoscimento del predetto degrado. Da quasi un anno il Governo della Regione ha scritto la parola fine su un’avventura millenaria, quella nella quale un intero territorio a lungo si è identificato. Sul piano economico è stato l’esito forse più scontato che potesse esserci, questo occorre ammetterlo. Perché la Regione non poteva più continuare a fare l’imprenditrice. Sul piano della perduta ragionevolezza e dello smarrito buonsenso, tuttavia, né la politica, men che mai i funzionari, hanno inteso metterci buona volontà per individuare una soluzione volta a scongiurare lo scenario finale devastante che è venuto a configurarsi.

“Perché le Terme di Sciacca macinavano due milioni di euro di debiti l’anno”, ha quasi urlato la responsabile regionale delle società partecipate Grazia Terranova durante un’infuocata riunione della Commissione bilancio dell’Ars. Vero. Anche perché è innegabile che le Terme siano state per decenni anche un centro di potere politico. Dalla legge dell’ARS (Governo Capodicasa) che stabiliva il via libera alla privatizzazione sono passati 16 anni!

Sotto i ponti è passato di tutto: gestione approssimativa, servizi appaltati a società amiche dei politici più influenti (su tutti: il caso della lavanderia che fatturava migliaia e migliaia di euro), la costituzione di una Spa scientificamente lottizzata e “assunzioni a go-go” (parole, queste ultime, di Alessandro Baccei, Assessore al bilancio) non potevano che scontrarsi con la dura realtà. Quella in cui la Regione oggi è costretta a disfarsi delle società partecipate. Tra le quali: la Terme di Sciacca Spa.

Massimo D'Antoni conversa con Pietrangelo Buttafuco

Massimo D’Antoni conversa con Pietrangelo Buttafuco

Quello che non convince gli indigeni saccensi è la presunta impossibilità di sburocratizzare il sistema. Sì, perché ci sono imprenditori privati che le Terme vorrebbero riaprirle immediatamente. Eppure gli è stato impedito. È stato il caso di Antonio Mangia, già patron di Aeroviaggi (società proprietaria dei quattro alberghi del complesso di Sciaccamare, 2.200 posti letto, 270 mila presenze nel 2015), così come è il caso (udite udite) di Sir Rocco Forte in persona, proprietario del Verdura, il più lussuoso Golf & Spa Resort della Sicilia occidentale.

Solo che dopo aver bussato alla porta della Regione per avere le chiavi di stabilimento termale e Grand hotel entrambi si sono sentiti rispondere che non è possibile alcun affidamento, anche con un meccanismo previsto dalla legge, quello definito di “affitto di ramo d’azienda”.

Perché – hanno spiegato quelli che stando dietro una scrivania e incassando stipendi affatto bassi sanno solo dire di no – occorre acquisire le eventuali manifestazioni d’interesse solo ed esclusivamente attraverso bandi di evidenza pubblica. La cui pubblicazione, per inciso, si attende da anni. Regione che, però, oggi si dice interessata solo ad uscire di scena. Eppure al tempo stesso sta “trattando” con un’associazione di Sciacca composta da liberi professionisti (architetti, ingegneri ma anche qualche navigato politico) che hanno chiesto di poter riaprire (e gestire) le grotte vaporose di San Calogero, dalle proprietà terapeutiche ritenute dagli studiosi uniche al mondo.

Al che ci si domanda: ma la Regione vuole uscire di scena o, come sussurra più di qualcuno, vuol continuare a fare politica sulle Terme? Magari guardando alle amministrative del 2017, potendo imbastirci una bella campagna elettorale?

Scenario sconcertante, assimilabile (fatte le dovute proporzioni) a quanto di altrettanto incredibile è accaduto a Selinunte. Lì le Cantine Settesoli (2.000 produttori per 6.000 ettari di vigneto, il più grande d’Europa) erano pronte a fungere da sponsor per salvaguardare uno dei patrimoni archeologici più importanti del mondo. Il Presidente delle cantine Vito Varvaro (già amministratore delegato della Tod’s di Diego Della Valle, sì proprio quello che ha pagato il restauro del Colosseo) aveva previsto un investimento da cinquantamila euro circa.

Ma anche in questo caso i burocrati di Palermo hanno risposto che non era possibile: “Non c’è un regolamento specifico, non possiamo accettare la proposta” hanno detto ad uno sconcertato Varvaro. Un’altra cifra, l’ennesima, di quella Buttanissima Sicilia che pone dubbi sullo stesso concetto di redenzione.

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