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“I treni in Sicilia viaggiano su una linea vecchia di un secolo, mentre nel resto d’Italia hanno nomi fantasiosi come Eurostar e Intercity, nomi che il siciliano medio non sarebbe nemmeno in grado di pronunciare”.

Gioacchino Lonobile

Gioacchino Lonobile

– Noi siamo sempre domani! – il suono di queste parole è inseparabile dalla puzza di sigaro che le accompagna. Il sigaro del commissario.
– Sbrigati o perderai il treno – dice con voce stridula mia mamma.
– Noi siamo sempre domani! – ripete il commissario.
Entro in cucina, bacio mia madre, mia sorella, mio fratello e per ultimo il commissario. L’odore pungente del sigaro abbatte gli ultimi legami con quelle radici.
Se noi siamo sempre domani, io non sono pronto.

Il sudore della fretta mi bagna i vestiti, il mio corpo chiede altro fiato, ma ce l’ho fatta. Superati i tre gradini di ferro, attraversato il corridoio, sono entrato nello scompartimento vuoto, ho sistemato lo zaino, aperto il finestrino e mi sono seduto. Sono riuscito a non perdere il treno. “Tirare il freno in caso d’emergenza. Ogni abuso sarà severamente punito”, faccio in tempo a leggere l’avviso, che una voce metallica annuncia quarantacinque minuti di ritardo sulla partenza.

La Freccia del Sud

Treni in Sicilia

I treni in Sicilia viaggiano su una linea vecchia di un secolo, mentre nel resto d’Italia hanno nomi fantasiosi come Eurostar e Intercity, nomi che il siciliano medio non sarebbe nemmeno in grado di pronunciare.

I treni in Sicilia sono tra i più vecchi e privi di manutenzione circolanti, non hanno pulitori a bordo, e il siciliano medio trovandoli indecenti li sporca ancora di più.

Una voce mi spinge a viaggiare. Almeno all’inizio era solo una voce. Una proposta implicita mai fatta. Presenta la domanda, diceva la voce. Per il figlio di uno sbirro è normale presentare domanda, è genetico. Prima d’ora quella voce non aveva mai osato palesarsi, quasi non avesse il coraggio di farlo.

La fine del liceo aveva decretato la mia predisposizione alla matematica e messo in luce la mia formidabile memoria. Decisi di iscrivermi a ingegneria gestionale. Il mio personale piano di studi prevedeva che sostenessi almeno un esame per poter fare il rinvio militare. Nonostante i problemi logistici del dover trovare casa e occuparmi a tempo pieno di me stesso, e i problemi sociali dovuti all’igiene personale deficitaria che comportava l’allontanamento di qualunque essere umano, riuscii a raggiungere l’obiettivo: un meritato ventidue in disegno tecnico, grazie a una mia collega dalle lunghe chiome nere, che avevo amorevolmente soprannominato Varenne, che mi passò il compito. Il risultato tanto eccezionale, sembrò non soddisfare il commissario, che mi tagliò i fondi. Niente più soldi per l’affitto né per il cibo. In maniera subdola la voce presenta la domanda si faceva più arrogante.

Il treno continua a decelerare. Caltanissetta, Caltanissetta Xirbi.
È passata appena un’ora dalla partenza e il treno si ferma in aperta campagna. Da un lato la montagna e dall’altro un dirupo, sotto valli arse dal sole che portano cicatrici di ruscelli assetati e distese gialle di grano già mietuto che presto il fuoco renderà nere di cenere. Perché siamo fermi?

Odio l’odore del treno, odore di sporco che mi sento già sui vestiti.
La scritta vietato sporgersi in quattro lingue.

La finta pelle di questi sedili numerati, che il sudore ti fa appiccicare al corpo, a te come a chissà quanti altri prima di te.
Odio i panini molli dentro il mio zaino che sarò costretto a mangiare per cena.
Le tendine e il posacenere, che tanto è vietato fumare.
Odio le chiacchiere provenienti dall’altro scompartimento, di famiglie lamentose, che cercano fortuna al nord. Odio sentirmi come loro.

Villarosa, Enna.
Se si potesse fare un viaggio letterario lungo il mio stesso percorso i paesini costruiti sulle rocce e gli altri in riva al mare avrebbero nomi diversi: Sciascia, Pirandello, Quasimodo, Bufalino, Brancati, Vittorini, Consolo e Verga. Solo per citare i più famosi.
Quando inizia a calare la luce, dal finestrino si vede sempre meno il paesaggio e più il riflesso di se stessi. Allora il tempo che già passava lentamente, quando riesci a vedere i tuoi occhi muoversi da un lato per scrutare qualcosa che già è passato, rallenta ancora di più. Orecchie di chi è divenuto cieco, occhi di chi è divenuto sordo. Sempre più stanche le palpebre si alzano con maggior fatica, percepisco in lontananza le altre fermate.
Leonforte, Dittaino, Catenanuova.
Poi mi appare un individuo che non avevo mai visto prima, e mi mostra l’altra metà della realtà che solo i sogni possono svelare.

Sono il capitano delle truppe di Dione presso Agrigento, mi chiamo Farace e sono Spartano.
Era l’anno 358 prima della venuta del nuovo Dio, quando nel cominciar della notte, giunse notizia che quel traditore mendace, che risponde al nome di Eraclide, era salpato con la flotta e navigava a favor di vento verso Siracusa, con l’intenzione di occuparla e di scacciare Dione padre della patria. Scelsi gli uomini più forti e coraggiosi e li guidai fino alle porte della città, arrivammo prima dell’ora terza del mattino. In meno di una notte avevamo percorso settecento stadi, precedendo la flotta e impedendo di fatto la nuova occupazione.
Ora mi chiedo com’è possibile dopo molti secoli, in tempi in cui enormi carri viaggiano alla velocità del vento su strade di ferro, percorrere lo stesso tragitto in nove ore e mezza? A me pare come quel paradosso, che ha come protagonisti Achille e la tartaruga.
Il cartello blu indica Catania, l’orologio le ventuno.

Dopo un anno da apprendista muratore, dove ore di lavoro non erano supportate dalle adeguate ore di riposo e in cui il mal di schiena mi rendeva pensionabile all’età di venti anni, non avendo effettuato il rinvio militare per studi, arrivò la chiamata alle armi. A quel punto, nonostante fosse l’ultima cosa che avrei voluto fare, presentare la domanda sembrò l’unica scelta possibile.
Ora sono sul treno 883 denominato Freccia del Sud, treno diretto che unisce il nord al sud, carrozze da dieci compartimenti, ognuno con sei posti a sedere, corridoi stretti, finestrini che si aprono solo a metà. Da piccolo per me la Freccia del Sud non era un treno, ma un uomo magro e con gli occhiali. Un uomo in grado di correre i duecento piani in diciannove e settantadue, disposto al sacrificio e ad allenarsi trecentocinquanta giorni l’anno. Un uomo che mantenne il record mondiale per diciassette anni.
Siamo ancora fermi. Il binario unico impone precedenze che il treno senza supplemento non possiede.
Chissà quanto sarà larga questa cabina, potrei misurarla con il palmo della mano, alla fine otterrei venti o trenta palmi quadrati.

“È vietato usare la ritirata quando il treno è fermo”.
Primo tentativo: appena apro la porta un fetore immondo m’investe, il water è completamente otturato dalla carta, che è sparsa anche a terra a coprire piccole pozze. Il lavabo è colmo d’acqua putrida.
Secondo tentativo: sono accolto da un fuoco d’artificio di escrementi, una colata marrone parte dal copri water fin dentro il buco di scarico. Esco subito.
Terzo tentativo: a terra è bagnato, piccoli pezzi di carta sono sul bordo del water e sul lavabo. C’è solo puzza d’urina. Penso sia un buon compromesso.

Ancora fermi alla stazione di Catania. Mi affaccio dal finestrino: bambini che strillano, mamme che strillano ancor più forte, militari, fontane, obliteratrici, cestini colmi, giornali abbandonati, anziani passeggiatori, colombe. Poi tutto scompare e vedo la giovane donna.

È esattamente come dovrebbe essere. Così come è sempre stata nella mia mente. Ha i capelli corti e biondi, gli occhi neri, le sopracciglia sottili, una canottiera blu. È così esile che abbracciandola toccherei me stesso. Mi sono innamorato, anzi sono da sempre innamorato di lei. Non c’entrano il culo, le tette, la figa. No, è amore, nonostante l’erezione possa far pensare il contrario. Giovane donna guardami, un solo sguardo e io cambierò per te. Mi alzerò puntuale ogni mattina, straccerò la domanda e riderò in faccia al commissario, avremo una grande casa in campagna, con alberi da frutta, ti porterò il tè quando leggerai i tuoi libri, faremo l’amore e ascolterò le storie che mi racconterai, cresceremo i nostri figli belli e intelligenti come te, staremo sempre bene, perché il male non saprà trovarci, e forse non moriremo mai. Ma tu non sai ancora tutto questo, giovane donna. Guardami e farò in modo che tu capisca, troverò altre forme di comunicazione non verbali, non visive, telepatiche forse. Alza lo sguardo giovane donna, guardami, guardami come io guardo te, con gli stessi occhi. Ecco così, ancora un po’, dai… brava! Sono io non mi riconosci? Le sorrido. Lei risponde alzando il braccio per salutarmi. Il treno scambia quel gesto come via libera alla partenza tanto attesa. Lentamente, molto lentamente riparte. Incuranti, continuiamo a fissarci, come due fidanzati che la guerra non farà mai più incontrare, seppure abbiano troppe cose da dirsi.

– Mi chiamo Stella!- grida quando il treno è già abbastanza lontano.
Addio Stella.

Acireale, Giarre, Taormina.
È pericoloso addormentarsi sul traghetto.
Dice che ti possono rubare tutto e lasciarti in mutande.
Ti possono mettere narcotico nell’acqua, o usare uno spray sonnifero.
Dice che è meglio avere una tasca nelle mutande dove nascondere i soldi.
Dice che di solito sono due compari, uno ti distrae e l’altro ti alleggerisce.
Tirano il freno in aperta campagna per dileguarsi.
Dice che a suo cugino, mentre dormiva in treno, una sconosciuta gli ha fatto un pompino.

Uno scossone pari a un deragliamento mi sveglia, sento il cuore scoppiarmi in petto. Il treno sta facendo manovra per entrare nella nave attraccata. Lento, ferroso e meccanico, senza locomotiva, smontato in piccoli tronchi entra dalla bocca e arriva fino all’intestino del traghetto. Dentro i vagoni l’aria è irrespirabile. Esalazioni di gasolio, grasso motore, alghe marce, cordame bagnato, il caldo e il buio accentuano gli odori e amplificano i pensieri.

Il commissario è nato nello stesso anno in cui è finita la guerra.
Viene dalla campagna, ha sofferto la fame.
A undici anni già lavorava, poi ha presentato la domanda.
È pure veggente: “Non vorrei sbagliare, ma ti vedo davanti a una chiesa a chiedere l’elemosina”.
Il commissario dice: “Noi siamo sempre domani”.

Passano altri interminabili minuti di sauna forzata e si può scendere. Segno mentalmente il numero della porta tagliafuoco e il piano in cui si trova il vagone. Salgo per gli scalini stretti, passo davanti ai bagni, c’è puzza di vomito, piscio e disinfettante. Apro una pesante porta a vetri, l’attraverso. Gli odori di prima svaniscono, coperti da un fragrante profumo, inconfondibile: arancini.

Faccio la lunga fila per lo scontrino e riesco a conquistarne uno. La panatura croccante, il riso, il ragù quasi riescono a riportarmi in pace con me stesso. L’arancino è pranzo, merenda, cena, è anche colazione, ma mangiarlo sul traghetto è diverso, lo fanno apposta per lasciarti un bel ricordo, nonostante tutte le brutture dell’isola. Con il mio arancino caldo in mano, supero la soglia. Sono sul ponte del traghetto.

Sento il vento fresco, che sale dal mare, su ogni parte del mio corpo sudato. Il sangue torna a circolare. Respiro profondamente, una volta, due, infinite volte, fino a che non diviene un atto di sopravvivenza automatico. La domanda dovrà essere presentata solo domani e non ora. Forse è la domanda a esser sempre domani e non noi. Vedo le luci del porto avvolte da un alone, sfuocate. Una fila di punti luminosi che formano una linea continua, dove predomina il colore arancio. Tra me e il mare ci sono grandi scialuppe coperte da teli blu. Mi affaccio dalla ringhiera, il metallo della nave taglia in spume bianche il mare scuro. La statua di bronzo ricoperta d’oro della Madonna della Lettera, mi benedice a caratteri cubitali. Salgo sul ponte superiore. Il traghetto scivola su una tavola nera. Lo fa lentamente, quasi a volermi mostrare tutte le navi che nei secoli hanno attraversato questo sottile lembo di mare. All’orizzonte si vede la luce diffusa, similmente al bordo di un’eclissi. Il mare è cangiante, a volte nero come per Vittorini, altre color vino come per Sciascia, altre ancora un fiume turchino come per Verga.

Il traghetto approda nel suo porto:”Benvenuti in Italia”.

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