“Io, Enzo Tortora, arrestato in nome del nulla, del puro delirio”

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 Nella puntata di Matrix, andata in onda su Canale 5 ieri sera,  le lettere dal carcere del presentatore televisivo a Leonardo Sciascia. Un rapporto iniziato negli anni Sessanta, riacceso dopo l’arresto di Tortora e proseguito fino alla morte del giornalista

 Enzo Tortora in manetteNella trasmissione Matrix di Canale 5, in onda ieri sera, condotta da Luca Telese, interamente dedicata alla vicenda di Enzo Tortora, un servizio di Gaetano Savatteri ha mostrato per la prima volta le lettere inviate da Tortora a Leonardo Sciascia e custodite dalla Fondazione Leonardo Sciascia di Racalmuto. Gaetano Savatteri ci racconta cosa c’è scritto in quelle lettere.

Dalla memoria degli archivi, dalla memoria dell’Italia di trent’anni fa, riemerge il colloquio drammatico tra Enzo Tortora in carcere e Leonardo Sciascia, il grande intellettuale che per primo lo aveva difeso sulle pagine del Corriere della Sera. Un carteggio mostrato per la prima volta alle telecamere. Le lettere di Tortora a Sciascia sono conservate in una cartellina grigia, nell’archivio della fondazione di Racalmuto.

 

I primi scambi di corrispondenza risalgono agli anni Sessanta, quando Tortora si complimenta con Sciascia pe ril suo libro di racconti “Gli zii di Sicilia”: la carta da lettera è intestata a Salvatore Tortora, il papà di Enzo e la lettera a inviata a Leonardo Sciascia, presso le scuole elementari di Racalmuto.

Poi, un lungo silenzio, solo a tratti interrotto, fin quando il 17 giugno 1983 Tortora in manette, accusato di far parte della camorra. Tre mesi dopo, il 18 settembre, dal carcere di Bergamo, dove Tortora è stato trasferito dopo il primo periodo a Regina Coeli, un messaggio pieno di angoscia, ma anche di gratitudine.

“Caro dottor Sciascia, sono Enzo Tortora. Ancora chiuso in questo tunnel assurdo, demenziale, basato sul niente. Io spero abbia ricevuto da Regina Coeli il mio commosso telegramma di ringraziamento. Lei ha visto con occhi profetici la tremenda realtà che mi imprigiona”

Cosa aveva scritto Sciascia? Sul quotidiano milanese, lo scrittore sempre attento alle questioni della giustizia, tema portante della sua letteratura e della sua vena di polemista, non aveva avuto mezzi termini.

“Il caso Tortora – scriveva Sciascia il 7 agosto 1983 – è l’ennesima occasione per ribadire la gravità e l’urgenza del problema. Non mi chiedo: “E se Tortora fosse innocente?”: sono certo che lo è.”

La natura del rapporto tra i due, che si erano già occasionalmente conosciuti negli anni Sessanta, come testimoniano alcune di queste lettere, si riallaccia e trova ragioni in nome della ricerca di giustizia. Tortora affida a Sciascia i suoi tormenti di detenuto, le sue riflessioni, scegliendolo come punto di riferimento morale.

Nel febbraio 1984, agli arresti domiciliari a Milano, scrive:  “Caro dottor Sciascia, rientrando in manette a casa, intendo ancora ringraziarla per quanto ha fatto per me. Il possibile. Ed è moltissimo in un Paese dove l’impossibile è norma. Tra non molto (ma i tempi sono napoletani) dovremmo finalmente avere gli atti, le segrete carte, i misteri eluisini sui quali hanno costruito questo castello ignobile”.

Le lettere via via si intensificano – molte indirizzate in contrada Noce, a Racalmuto, altre nella casa palermitana di viale Scaduto –  mentre la grafia di Tortora resta sempre pulita, ordinata, ma pensieri e parole sono densi di indignazione.

“Caro Sciascia – ed è il 12 aprile 1984 – ormai pendolare tra clinica e casa, con adeguata scorta dei carabinieri, sto per festeggiare i dieci mesi di questa infamia, dai contorni, se avessi ancora voglia di ridere, esilaranti. Ma riso amaro, e riso atroce sarebbe”.

E più avanti: “Io mi sono reso conto che i peggiori deliri, le peggiori infamie vengono ormai compiute in nome della legge, in un Paese che ha perso addirittura il senso delle enormità che qui commettono. Sono in preda a un disgusto, a una disperazione globali, assolute. Ho attraversato impensabili deserti di vergogna, di sopraffazione, di viltà”

“Arrestato in nome del Nulla, del puro Delirio – prosegue Tortora – io soffro non tanto per me, quanto per questo stato di cose, per questo Stato che non esiste più. Quando Crimine e Giustizia divergono (e non sempre) solo nei fini, ma non nei mezzi, è la morte di una civiltá. La morte dell’uomo”.

Dal lei, con i mesi  gli anni, si passa al tu. Tortora impegnato con il Partito radicale, nel quale è stato eletto anche lo stesso Sciascia anni prima, nel luglio 1987, dopo che anche la Cassazione conferma la sua innocenza, tira le fila con un’altra lettera a Sciascia. “Carissimo Leonardo, a conclusione della mia storia (passata i sordina, quasi frettolosamente sepolta: ed è rivelatore…) sento il dovere di dirti grazie. È un grazie che devo a pochissimi. E questo aumenta il merito tuo”.

Nelle altre lettere, quelle successive, si parla anche di un progetto cinematografico su Stendhal, lo scrittore francese amato da entrambi. Ma il tempo morde. Tortora muore nel maggio 1988 (sulla sua tomba ha voluto un epifattio a quanto pare suggerito proprio da Sciascia: “Che non sia tutta un’illusione”). Sciascia scompare poco più di un anno dopo. Restano le parole, e la memoria per chi vuole avere memoria. Restano queste lettere che vale la pena di leggere e rileggere.

Gaetano Savatteri

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