Anna Maria Scicolone: “Le preghiere di Suor Caterina salvarono mio figlio”

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Per la prima volta la nostra collega racconta uno straordinario e toccante episodio della sua vita legato alla suora miracolata da Giovanni XXIII

Suor Caterina Capitani

Suor Caterina Capitani

E’ appena avvenuta la cerimonia di canonizzazione di due Papi che, al di là delle opinioni personali di ciascuno sulla loro santità e sul loro valore, innegabilmente hanno segnato la storia: Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. Di Wojtyla ricordo ancora l’anatema contro i mafiosi, lanciato dalla Valle dei Templi nel 1993. Ero incinta e non volli rischiare di trovarmi pigiata tra la folla, ma lo vidi giungere in elicottero a San Leone. Ero in compagnia di mio figlio, che aveva sette anni, allora. Ma è a Giovanni XXIII che i miei ricordi rimandano.  Al tempo del processo di beatificazione di Papa Roncalli, infatti, mi fu chiesto da Antenna Sicilia di intervistare Suor Caterina Capitani. Era grazie alla sua testimonianza che era stato avviato da Paolo VI il processo di beatificazione.

Suor Caterina, nel 1966, quando era poco più che ventenne, era stata strappata alla morte per intercessione di Papa Giovanni. I medici non seppero spiegarsi quell’incredibile guarigione. Gravemente malata, aveva subìto la resezione quasi totale dello stomaco e le era stata tolta la milza. Era affetta da un’ulcera che le aveva perforato l’intestino e le carni. Ormai si attendeva la sua morte.  Invece guarì dalla ferita e riprese con vigore in mano la vita, fin quando nel 2010, a 68 anni, lasciò questo mondo. Io la incontrai per la prima volta nel 1999. Mi accolse nel salottino che condivideva con le Figlie della Carità, in un appartamento ricavato nel vecchio ospedale San Giovani di Dio, ad Agrigento. Con lei feci la peggiore delle interviste della mia vita. Rimasi in silenzio ad ascoltare, rapita, il suo racconto, senza osare interromperla per costringerla alla sintesi. Anche l’operatore non si accorse dello scorrere del tempo. Con una straordinaria naturalezza e con estrema semplicità Suor Caterina ricostruì ogni momento: la sua improvvisa guarigione, la voglia di alzarsi e di mangiare, il recupero subitaneo delle forze, la scomparsa della febbre. Davanti al suo letto di morte si era materializzato Papa Giovanni e le aveva detto che le suore avevano pregato tanto. Non mi stava raccontando un prodigio,  ma semmai lo stupore di veder in carne e ossa, nella sua stanza, Papa Giovanni, ch’era morto tre anni prima. Non era stata una sua scelta di invocarlo  nelle preghiere, ammetteva candidamente. Erano state le altre suore a stendere una reliquia del Pontefice  sulla ferita, da cui ormai fuoriusciva anche l’acqua che ingeriva.

Mi colpiva la purezza della sua fede, la coerenza della sua vita al servizio degli ammalati. Rimanemmo in

L'incontro di Suor Caterina con Giovanni Paolo II

L’incontro di Suor Caterina con Giovanni Paolo II

contatto e il 3 settembre del 2000 io fui invitata da lei a presenziare alla cerimonia di beatificazione ad opera di Giovanni Paolo II, in Vaticano. Ero nel settore “San Paolo”, munita di un cartellino rosso, che mi consentì di seguirla da vicino. Al mio ritorno, in aeroporto, dettai per telefono ai dimafoni il pezzo che fu pubblicato su La Sicilia nelle pagine regionali. Suor Caterina era della provincia di Potenza, ma aveva vissuto tanti anni ad Agrigento. Non molti sapevano del miracolo. La conoscevano, piuttosto, come una superiora seria, rigorosa nel lavoro. Passò del tempo e capitò raramente di incontrarci: ogni volta, però, si mostrava affettuosa con me e io la ricambiavo con stima e costante stupore per la sua forza e la sua tempra.

A questo punto è necessaria una premessa. Sono stata allevata in una famiglia cattolica e per cinque anni ho frequentato le elementari nell’Istituto delle Ancelle Riparatrici. Tuttavia per il resto della vita non sono mai stata una cattolica fervente, anzi, le mie letture, la filosofia, le amicizie, le riflessioni, il confronto continuo con gli altri mi hanno portato sempre più lontano dalla fede. Ancora adesso sento di dover raccontare con un certo distacco un episodio, il cui significato potrà cogliere il lettore in base alla sua sensibilità e alla sua coscienza.

Mio figlio, il 17 gennaio del 2000, rimase vittima di un grave incidente stradale. Trauma cranico facciale, frattura del femore in più parti, trauma addominale. Da 12 giorni giaceva su un letto del vecchio ospedale di Sciacca con la febbre alta. I medici non potevano sottoporlo a intervento chirurgico per la riduzione della frattura e continuavano a sottoporlo a tac, ecografie e radiografie, senza riuscire a individuare la causa dell’emorragia che provocava una continua e allarmante diminuzione dell’emoglobina. Più volte avevano chiesto a me e mio marito di firmare un foglio in cui, sostanzialmente, dichiaravamo di essere informati della gravità del caso e dell’impossibilità di trasferirlo in eliambulanza in un’altra struttura ospedaliera.  Per undici notti, dodici giorni, sia io che mio marito, eravamo rimasti accanto a nostro figlio, seduti su una sedia. Ogni tanto cedevo per la stanchezza e chiudevo gli occhi, riuscendo perfino ad assopirmi per qualche minuto.

Ero seduta, ad occhi chiusi, quando mi sentii abbracciare forte da dietro e sentii la voce di Suor Caterina che mi diceva di stare tranquilla, che era tutto a posto, che aveva pregato tanto Papa Giovanni. Mi svegliai di soprassalto e mi voltai, credendo per un istante che fosse davvero lei, dietro di me. Compresi di aver sognato. Mio figlio stava riposando, con la gamba in trazione e la sofferenza di una posizione forzata ormai da quasi due settimane. Ad un certo punto entrò l’infermiere con un termometro per misurargli la temperatura.  Aveva 37. Fecero un prelievo e i valori si erano stabilizzati. Prepararono di corsa la sala operatoria. La stanza divenne un via vai di medici, di infermieri che mostravano sollievo e ottimismo.

In due giorni fummo a casa. Poi fu un lungo periodo di riabilitazione, ma l’incubo era finito.

Giovanni XXIII

Giovanni XXIII

Mesi dopo andai in ospedale, ad Agrigento, per far visita a un ammalato e incontrai Suor Caterina. Mi venne incontro con aria sollevata e mi chiese: “Anna Maria, che cosa ti è successo?”. Non capii la sua domanda, ma poi lei aggiunse: “Sono stata una notte intera a pregare per te, senza conoscerne la ragione”.  Le raccontai di mio figlio e dell’incidente. Del sogno e delle sue parole. Mi spiegò: “Ah ecco perché!” Lo disse con il suo consueto candore, con la certezza della sua fede incrollabile.

Io rimasi colpita e cominciai a parlare di fatto eccezionale, di evento straordinario, inspiegabile. Mi corresse subito. Per lei non c’era nulla di strano in tutto questo. Ed aggiunse: “Continua a pregare la Madonna, non ricordartene soltanto nel momento del bisogno”. Mi vennero in mente le mie accorate preghiere, dietro la porta della sala operatoria, e mi vergognai.

Suor Caterina mi ha parlato ancora, in altri momenti di disperazione. La sua è una voce sicura, decisa, che non mostra alcuna debolezza.

Ho premesso che non commenterò, anche perché non so razionalmente spiegare questi episodi.

Ma sono convinta di una cosa: ci sono vite meravigliose, come quelle di questi due Papi, che sono capaci di sopravvivere alla morte e di lasciarci in eredità la loro bellezza, come una scia di luce nello spazio infinito.

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