“Amo la mia città da uomo libero”

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Nostra intervista a Mario D’Alessandro, musicista e autore di lungo e prestigioso corso di origine agrigentina. “Le canzoni ti seguono e inseguono per tutta la vita. Questo è il loro fascino

Mario D’Alessandro

Sintetizzare in poche righe il lungo percorso artistico e professionale di Mario D’Alessandro, musicista e autore, tra i più importanti in Italia, di origine agrigentina, è una impresa improponibile, talmente ricco e prestigioso e il suo curriculum.

In questa intervista D’Alessandro sussurra con fascino e grande poesia la sua storia di musicista, di autore, del suo legame con Agrigento, del suo trasferimento prima a Milano poi in Romagna, a Gatteo Mare, delle difficoltà dei musicisti che vivevano in provincia, della nascita del gruppo “I ragazzi del fiume” che tutti ricordiamo con affetto, del suo rapporto con gli altri musicisti italiani.

Una bellissima storia da raccontare alle nuove generazioni che si affacciano nel mondo dello spettacolo.

Quando è iniziata la tua avventura nel mondo della musica?

Non riesco a datare quella che tu definisci avventura, perchè i calzoni corti…si portavano ancora verso i 14 anni…e ricordo di averli avuti quando mio padre mi fece dare lezioni di fisarmonica da un bravissimo maestro bresciano che viveva ad Agrigento da anni. Non avevo tanta voglia di studiare e il Prof. Puma, disse a mio padre che non voleva rubare i soldi…dato che riproducevo perfettamente tutto ciò che era scritto sullo spartito. Suonavo ad orecchio. Più tardi, verso i 16/18 anni quando da mio padre ebbi in regalo una batteria, che desideravo molto, invece che una vespa 50 fui immensamente felice. In quegli anni la batteria era sonora o meglio la mia non era muta o elettronicamente gestibile in cuffia come accade oggi per cui gli inquilini del piano di sotto non facevano altro che lamentarsi. Fui costretto a trasferirla a S. Leone nella casetta estiva di famiglia senza disturbare nessuno. Qualche tempo dopo nacquero “I ragazzi del fiume”Io e il mio fraterno amico Gianninè (Gianni Scozzari) iniziavamo a suonare e cantare, provavamo e riprovavamo. Un giorno sentimmo suonare in una traversa di via Maddalusa, prima del ponte sul fiume Akragas, un bravissimo chitarrista. Lo conoscevo di vista. Un pomeriggio, passando davanti casa mia, lo fermai e gli chiesi di venire a trovarci. Era Enzo Frangiamore uno straordinario chitarrista, ma soprattutto un bravissimo ragazzo molto dolce e serio appassionato del famoso complesso. Vivemmo in pieno i Beatles come se fossimo stati a Liverpool e non ad Agrigento! In seguito si unì a noi Paolo Punturello, che suonava molto bene il basso e ancora il cantante Franco Garufo. In cinque potevamo finalmente armonizzare le voci per riprodurre i cori “beatlessiani”.

Qual è il fascino di una canzone?

Credo che le canzoni si dividano in due categorie: quelle belle e quelle brutte. Ma tutte hanno uno scopo. Ti fanno riflettere, ti fanno compagnia, fissano i tuoi ricordi, ti fanno muovere e ti fanno fermare. Insomma, credo, ti seguano e inseguano per tutta la vita. Questo è il fascino.

Una canzone  può essere  “pericolosa”?

Non credo, se tu ti riferisci alle canzoni normali che si riferiscono alla vita. Alla gioia di vivere, al senso dell’esistenza. Al contrario di quelle scritte con l’intenzione di far passare messaggi subliminali legate a generi durissimi, da musicisti esaltati da alterazioni dovute alle droghe. 

Tu hai fatto parte di gruppi musicali importanti?

Come ti ho accennato prima, ho fondato “I ragazzi del fiume” e volendoli portare verso traguardi ambiziosi, sono stato sempre fedele e rispettoso al gruppo; non ho cercato altre formazioni ma altri elementi si sono avvicendati nel nostro. In particolare Rosario Messina alle tastiere, Guido Rotolo tastiere e piano. All’epoca Guido viveva ad Aragona ma studiava ad Agrigento. Con Guido siamo stati sempre vicini e lo siamo tuttora. Quando si trasferì all’università a Bologna, spesso lo raggiungevo e frequentavamo i suoi amici musicisti che poi col tempo sono diventati miei mi riferisco a Francesco Guccini, Angelo Branduardi, i fratelli  Massini e altri. Da Vito, storica osteria bolognese, tra un bicchiere di vino, risate e canti improvvisati nascevano idee canzoni e progetti continuamente. Con il gruppo I Ragazzi del fiume abbiamo inciso un 45 giri e successivamente abbiamo partecipato al Festival POP 70 cambiando per l’occasione il nome in Tau e i Dales. Formazione che dovetti sciogliere poiché due componenti della formazione morirono tragicamente in circostanze diverse. Non ne volli più sapere. Ritenni conclusa l’esperienza e feci soltanto il cantautore. Partecipai ad un Cantagiro con un mio brano eseguito dal “cantattore”..Franco Catalano. Da quel momento come autore ho scritto e musicato brani per molti artisti, per molti complessi e formazioni orchestrali. Da quando mi sono trasferito prima a Milano e poi in Romagna la discografia dei miei brani incisi nel corso di una lunga carriera è davvero molto lunga.

Che cosa hanno rappresentato la Barcaccia, il Madison, come hai vissuto la musica in quegli anni?

Con i “Ragazzi del fiume” suonavamo nei locali della zona, nelle sale parrocchiali e in tutti quegli spazi possibili. Studiavamo tutti, non potevamo suonare da professionisti. Avevamo poche risorse ed eravamo costretti a tassarci per pagare le rate costose della strumentazione e dell’amplificazione Ricordo che dovendo pagare una cambiale e non avendo racimolato i soldi per quel mese siamo andati a fare l’unico “matrimonio” ed abbiamo chiesto come cachet l’importo della cambiale. Ad Agrigento gli amici e gli altri gruppi musicali ci definivano “snob”. Voglio sottolineare che i gruppi musicali di quegli anni esercitavano solo simpatici “sfottò” senza malizia o acredine. Alla “Barcaccia” abbiamo suonato da supporter all’Equipe 84 e quella volta abbiamo utilizzato parte della loro amplificazione; io la batteria di Alfio Cantarella. Durante il ceck dei microfoni il pomeriggio misero la base di “Nel cuore, nell’anima” e invitato dal loro tecnico Giorgio accettai di cantare sulla loro base. Ricordo con piacere che imitai la voce di Vandelli. Era così simile che Maurizio Vandelli incuriosito si affacciò dalla balconata. Dall’alto mi fece un cenno di approvazione con il “pollice in alto”. Questo per un ragazzino quale ero costituiva un gratificante riconoscimento. Un paio di anni fa raccontai l’episodio a Maurizio Vandelli. Ebbi voglia di ricordarglielo.

E degli Equipe 84, dei Camaleonti, dei Dik Dik che mi puoi raccontare, so che eri in contatto con loro?

La nostra collocazione geografica ci ha sempre penalizzato. Agrigento è molto più vicina all’Africa che a Milano. Noi siciliani per proporre talenti, capacità e passioni dobbiamo ancora oggi viaggiare. I gruppi che da te citati venivano percepiti come miti non solo per la musica che facevano e che noi cercavamo di riproporre. Li vedevamo lontani, anzi lontanissimi. Per noi Milano era l’America. Devo dire però che quando in seguito con molti di loro ho fatto delle cose insieme non li ho più sopravvalutati. Se avessimo avuto casa a Milano avremmo potuto fare un salto alla Ricordi, alla Numero uno, al clan di Celentano. Insomma andando sul 38 sbarrato avremmo potuto proporre le nostre canzoni.

Ma tu sei Autore di molte canzoni, hai mai partecipato al Festival di Sanremo?

A Sanremo, come autore, non ho partecipato, ma ci sono stato parecchie volte per diverse occasioni. Con Piero Chiambretti, quando lavoravo in “Complimenti per la trasmissione” come suo autore e fece l’ospite. Ancora con Mango (si chiamava Pino Mango) ritornai a Sanremo quando ero consulente alla Peer Southern e il grande editore Carisch mi “mandava” con Mimmo Paganelli, allora direttore artistico della Peer (poi passato alla EMI). Altre volte solo come osservatore o al seguito di altri artisti con i quali collaboravo.

Cosa stai facendo in questo momento?

Continuo con ritmi meno nevrotici a scrivere canzoni (non ho più l’età per inseguire spazi che ormai sono cambiati, in meglio o in peggio non so) e rispondo solo alle chiamate professionali di chi mi conosce per quello che sono e so fare. Il regista agrigentino Francesco Bellomo, dopo 35 anni, si è ricordato di un mio brano, mi ha telefonato, ha canticchiato il brano per telefono e ha voluto affidarmi le musiche del suo “Berretto a sonagli” con l’interpretazione di un altro mio fraterno e bravissimo amico, Gianfranco Jannuzzo. Il successo di questa produzione è tangibile in ogni città italiana dove è rappresentata l’opera che tra l’altro è ancora in tour. Amicizia e stima hanno memoria.

Qual è l’ultimo cd che hai ascoltato?

Ascolto, o è meglio dire riascolto parecchi CD della mia discoteca personale, che nulla ha a che vedere con la Discoteca Uaddan (la ricorderai) che negli anni 70 ho fatto e gestito con mio zio ad Agrigento. Ma l’ultimo CD, in ordine cronologico è della nostra conterranea Levante che apprezzo molto su l’insistente segnalazione di mio figlio Francesco, quasi ventenne, mi segnala molte produzioni americane e alcuni artisti italiani.

Qual è la canzone che tutte le donne dovrebbero ascoltare?

Sono molto legato a una canzone scritta da Enrico Ruggeri che, secondo me, ha un’eccellente capacità di entrare nella fragilità e forza femminile. “Quello che le donne non dicono”. Un capolavoro, credo.

E agli uomini cosa consigli di ascoltare, quale Autore contemporaneo?

Premesso che le recenti sperimentazioni italiane non scuotono i cantautori come me consiglio Tiziano Ferro, Neffa, Michelin e Levante. Credo siano abbastanza interessanti.

Che cos’è la solitudine oggi?

La tecnologia ci ha fregati! Stiamo cercando il senso della misura che non troviamo. Il computer ci fa credere di essere dentro il mondo. I “social” ci hanno offerto la comodità di una sedia per incontrare e parlare. Rinunciamo a vederci, incontrarci e parlare. Diciamo che sentirsi soli in mezzo agli altri è meglio che sentirsi a casa da soli.

Quale ricordo hai del maestro, dei tuoi compagni, del primo giorno di scuola, dell’atmosfera che si viveva allora ad Agrigento?

Ho avuto una maestra, la signora Svettini, e credo nessuno può smentirmi, che è stata la scrittrice della storia di molti di noi alunni. Dolce, amorevole, tollerante, materna e bravissima. Ho frequentato le elementari al Viale della Vittoria e tutti i miei compagni di scuola sono diventati grandi professionisti (medici, ingegneri, dottori, presidi, insegnanti ecc.). Si può dedurre come la maestra sia stata brava in quella fase importante dell’apprendimento. Io no. Da mancato geologo mi sono dedicato ad altro. Con molti compagni di un tempo ho ancora un rapporto amichevole. Alcuni di loro non condividono i miei pensieri di oggi, ma nutro lo stesso un grande rispetto per loro e conservo un ricordo indelebile di quel periodo giovanile.

Giovanni Moscato ha scritto la canzone Agrigento da sempre, ma Agrigento secondo te è sempre la stessa?

Sono critico e spesso polemico con la mia città, e credo di aver ragione nel senso di aver fatto qualcosa per Agrigento (una discoteca e due radio libere, un laboratorio teatrale sperimentale e all’Uaddan (la mia discoteca) miriadi di iniziative che non sto ad elencare. Ho fatto tutto ciò sempre da solo, con l’aiuto della mia famiglia. Agrigento mi ha fatto un po’ alla volta  perdere l’entusiasmo. Pochi riconoscono quello che ho fatto. Negli anni 80, sono andato via. Non devo dire grazie a nessun politico ed essendo un uomo libero mi posso permettere di amare la mia città con passione e poterla criticare. Credo sia cambiata molto poco in questi decenni. Soprattutto la mentalità è sempre la stessa. Solo un piccolo spiraglio mi suggerisce di aspettare la nuova generazione che sicuramente farà partire Agrigento Due Punto zero.

Diventerà Capitale della Cultura?

Presto si pronuncerà la famosa commissione dei sette illustri giurati. Spero che ciò avvenga. I giovani agrigentini di oggi hanno necessità non di assistenza ma di supporto e di futuro. Sanno di avere un grande capitale culturale, come del resto lo sapevamo anche noi che abbiamo combattuto, ma paradossalmente credo che oggi hanno meno spazi di noi e poche opportunità di movimento. Penso si siano svegliati. Mi auguro che il teatro da portare alla luce, la geografia del mare, della valle e della collina su cui è seduta, vadano curati. Dal villaggio Peruzzo, guardando la città di sera, Agrigento mi è sembrata una nave. La identifico con “La nave dei folli”. Per questo ho dato questo titolo all’unico album che ho fatto negli anni ottanta quando sono andato via emigrando al nord.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Continuare a fare quello che faccio, seguendo anche i mie due gemelli Amedeo ed Alfredo che hanno, a mio avviso un grande talento nel rap/spoken e poesia con il loro “colpo di stato poetico” e brani d’impegno sociale. Continuo a scrivere canzoni, occupandomi di altri artisti e collaborando con associazioni culturali, riviste e periodici. Non smetto di scrivere e riscrivere anche quello che è stato già scritto ma soprattutto continuare a leggere e ancora leggere. Non si finisce mai d’imparare. Non a caso seguo le indicazioni del mio ultimo quasi ventenne figlio Francesco che è un’enciclopedia musicale della nuovissima generazione.

Cosa pensi della bellezza, salverà il mondo veramente?

Se per bellezza intendiamo quella interiore, volta al recupero di valori, sentimenti, atteggiamenti positivi, senso civico e rispetto verso gli altri e ancora verso il pianeta e il suo futuro ormai dispersi, allora si. Questo concetto di bellezza può salvare il mondo.

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One Response to “Amo la mia città da uomo libero”

  1. Vittorio Gambino Rispondi

    07/02/2018 a 18:38

    Condivido pienamente da puro giurgintanu quanto descritto da Mario D’Alessandro. La sua descrizione mi ha fatto rivivere i giorni della mia gioventu’ nel ricordare la scuola elementare del viale della vittoria.Anch’io a vent’anni sono andato via dalla mia Agrigento per intraprendere la carriera militare e purtroppo nel ritornare qualche volta per la festa di S.Calogero ho notato che e’ sempre la stessa musica dal 1961.

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