Alice

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Il tuo racconto per Malgradotutto

Alice
di
Brigida Bellomo

altIl tramonto sul mare regalava sempre nuove emozioni. Il sole, lentamente, si immergeva e, come re Mida, trasformava l’acqua in oro. I suoi bagliori dorati sembravano mani protese che accarezzavano coloro che ne ammiravano lo splendore. Cielo e mare erano un tutt’uno.
Un ragazzo camminava velocemente, incurante, di quella meraviglia del creato. Attraversato il lungomare e raggiunto il porticciolo si sedette su di un pontile. Lo sguardo perso nell’orizzonte. Aspettava.

 

” Arriverà e, con un movimento leggero, alzandosi in punta di piedi, chiuderà gli occhi e mi bacerà sulle labbra, pretendendo poi di raccontarmi per filo e per segno tutto quello che ha dovuto passare per essere lì, puntuale, nonostante i mille impegni e i mille contrattempi del giorno.” Era energia in movimento. L’attesa però si fece lunga. La luce del giorno, oramai, lasciava il posto a quella dei tanti lampioni che illuminavano il lungomare.
Ancora il ragazzo aspettava. Il passaggio di una macchina della polizia sembrò destarlo dal torpore che lo aveva preso da quando era lì, in compagnia dei suoi pensieri. Non c’era più tanta gente in giro. Il mare adesso era inchiostro. Si sentì disorientato. All’improvviso, realizzò che non sapeva dove andare.
-Aprì gli occhi. Era mattina. Stranamente, aveva dormito profondamente. Ebbe bisogno di qualche minuto per rendersi conto di essere a casa sua, nella sua camera. Rivide sé stesso la sera prima, da solo, e, sullo sfondo, il mare, scuro e silenzioso. Tre giorni di vuoto. L’ultima volta si erano lasciati per rivedersi l’indomani. Ma non era stato così.
Non aiutava per niente il fatto che lei odiasse i cellulari e quindi non ne aveva mai posseduto uno. Unica, forse, sul pianeta Terra, a pensarla così. La casa dove abitava, una piccola villetta con giardino, presa per un anno, era chiusa. Ogni giorno era passato a cercarla. Foglie secche si erano ammassate e avevano cominciato a ricoprire il vialetto fin davanti la porta d’ingresso. Avevano formato un tappeto che,ogni giorno, si ispessiva sempre più. Sembrava disabitata da anni.
Uscendo da casa, per strada, si sentiva odore di torte appena sfornate. Da qualche parte c’era il laboratorio di una pasticceria. Quel profumo, odore di buono e di casa, lo riportava bambino e gli ricordava la madre. Non sapeva di preciso dove andare. Si sentiva disorientato. Da qualunque punto partisse, però, si ritrovava ,sempre, vicino al mare. Si aspettava di vederla lì. Da quando l’aveva conosciuta il mare c’era stato sempre.
Alice era arrivata l’anno prima dall’Irlanda per uno stage di un anno in una prestigiosa galleria d’arte con un importante laboratorio didattico dove andavano pittori, famosi e non, a spiegare l’amore per l’arte .Un anno, di cui le rimaneva ancora un mese. Si occupava di pittura e restauro. Aveva un talento naturale che aveva affinato e perfezionato con gli studi. Bravissima soprattutto nel riprodurre le opere dei pittori del Rinascimento. Nel restauro poi aveva raggiunto un’abilità eccezionale.
Si erano visti la prima volta in riva al mare. Lei, seduta sulla sabbia, la tela appoggiata tra le gambe, dipingeva il paesaggio che le stava di fronte: il mare, color del miele, con il sole al tramonto e tante piccole barche che rientravano nel vicino porticciolo . Lui, passando, si era fermato a guardare.

altEra rimasto incantato dalla leggerezza e dall’abilità con cui dipingeva ed era rimasto, fino a quando, la ragazza, non aveva raccolto tutto ed era andata via. Ricordava ancora le macchie di colore sparse sui suoi jeans. Da subito, aveva avuto la certezza che lei fosse arrivata, appositamente per lui, evocata dai suoi desideri.
Alice era alta e magra, i capelli castani, che amava portare raccolti. Sorriso dolce e affabile. Aveva modi eleganti e raffinati. Al lavoro, non aveva orari, si appassionava talmente che, a volte, bisognava costringerla a smettere. Adesso era sparita. Cosa era successo? Si era immaginato così tanti scenari, alcuni veramente orribili, confondendo realtà e fantasia. Tra questi, il più terribile, che Alice non fosse mai esistita. Che fosse stata un suo sogno e, che quel sogno, fosse continuato anche nello stato di veglia. Il sabato non lavorava. Uscì di casa presto. Si ritrovò, come sempre, su quella spiaggia. La giornata era splendida, ottobre ancora regalava giornate calde e assolate. Il sole sembrava fare la sua parte per alleviare il suo sgomento. Si impose di non pensare a nulla. Almeno per quel po’ di tempo che sarebbe rimasto lì. Seduto sulla sabbia guardava il mare.
Leggere onde regolari si susseguivano, rincorrendosi, una dietro l’altra, e, nel ritirarsi, lasciavano sulla spiaggia una scia spumosa che subito si dissolveva e il suono che ne veniva fuori era un qualcosa di frizzante, effervescente. Somigliava a quelle caramelle che i bambini amano mangiare e che, una volta messe in bocca, cominciano a scoppiettare allegramente.
La cercava tra i volti della gente. La vedeva in ogni figura femminile che incontrava. Il giorno prima, al supermercato, aveva sentito il suo profumo, e, questo, lo aveva obbligato a fare il giro dei vari reparti più e più volte. Uscito fuori, aveva gridato per la rabbia.
Tornare a casa, senza nessuna certezza di dove fosse Alice, lo fece sentire, ancora una volta, dannatamente solo e smarrito. Chiusa alle spalle la porta di casa,a luci spente, si diresse in cucina. Sentiva un enorme peso gravargli sul petto. Si accasciò sul divano. Dalla finestra entrava un raggio di luna che, flebilmente, colorava d’argento il pavimento e i contorni dei mobili. Una luce spettrale. Sentì il cuore raggelarsi. Sedendosi, sentì come uno stropiccio di carta. Si alzò e, si ritrovò, in mano un foglio. Accese allora la luce.

altUn foglio di carta, scritto a mano. Una ventina di righi, un paio cancellati. Il foglio era scritto in inglese. Ad una prima lettura aveva capito poco. Cercò allora un vocabolario e un foglio dove scrivere. Appena finito, rilesse quanto scritto. Si parlava di un quadro. Una dettagliata descrizione di colori, luci ed ombre . Dietro il foglio, vi era uno schizzo raffigurante una Maternità con alberi e fiori tutt’attorno. Quel foglio poteva essere un indizio o niente. Un appunto di un lavoro qualsiasi. Non c’era data, né indirizzo. In quel momento però era uno spiraglio,una speranza a cui aggrapparsi. Tra le parole cancellate si leggeva un nome: Ian. Non conosceva nessuno che si chiamasse Ian e non aveva mai sentito pronunciare quel nome ad Alice. Di questo era sicuro. Da dove spuntava fuori?
L’indomani mattina, era domenica, si alzò presto. Uscì. La sua meta era sempre la stessa. La spiaggia dove aveva conosciuto Alice.
La spiaggia era deserta. Le sue scarpe, sprofondando nella sabbia umida, lasciavano, dietro di lui,delle impronte che segnavano un confine tra terra e mare. Una linea di demarcazione, che, a tratti, veniva affiancata dalle impronte di un cane curioso che annusava la sabbia per un tratto, si allontanava, per ritornare ad annusare ancora, dopo qualche metro. In lontananza vide qualcosa che attirò la sua attenzione. Due uomini, sembrava che stessero ballando. Guardando attentamente, però, realizzò che si stavano prendendo a pugni. Uno dei due ad un certo punto cadde mentre l’altro, corse via sparendo dalla vista nel giro di qualche secondo. Si affrettò a soccorrere l’uomo a terra. Era un ragazzo, poco più che ventenne, tentava di rialzarsi ma ricadeva come un bambolotto di pezza. Provò a farlo riprendere con un po’ di acqua sul viso. Questi, aprì gli occhi e cominciò a farfugliare frasi senza senso. Parlava in inglese e l’unica parola che capì fu: Alice. Restò folgorato. Ebbe un’intuizione. Lo chiamò: ” Ian?”. Il ragazzo lo guardò stupito, con la testa annuì. Lo scosse nel tentativo di fargli dire qualcosa” Alice? -Dov’è Alice?”.Il ragazzo lo guardò con occhi sgranati. Con la mano, indicò un punto lontano. Lo aiutò ad alzarsi. Si incamminarono.
Il cuore gli stava scoppiando. Finalmente, forse, avrebbe saputo qualcosa. Lasciarono la spiaggia e attraversando la strada imboccarono un vialetto che li portò in prossimità di un giardino. Alti alberi e una fitta vegetazione facevano appena intravedere, all’interno, una casa. Dentro il giardino,da fuori, si vedevano cespugli fioriti, erano macchie di colori che ricordavano l’arcobaleno, emanavano un profumo inebriante. Al centro del giardino, seduta su di una panca, posta sotto un albero, una donna, lunghi capelli castani sciolti sulle spalle, vestita di bianco. Aveva un bambino in braccio. Lo stava allattando. Sembrava la scena di un quadro antico. Aveva un non so che di sacro e fuori dal tempo. Sentì le gambe come paralizzate, la gola secca, non riusciva a pronunciare neanche una parola. Quella donna e quel bambino irradiavano luce e suscitavano un senso di pace e armonia indescrivibili. Il giardino stesso, trasmetteva luce e una serenità infinita . Dov’ era veramente? Tutto quello che gli stava attorno, gli toglieva il respiro e nello stesso tempo gli trasmetteva una sensazione di pace infinita, voglia di restare per sempre lì. La luce lo abbagliava ma, nello stesso tempo, lo attirava e lo faceva sentire parte di essa. Si sentiva in un’altra dimensione, non terrena, divina. Pensieri e immagini, alla rinfusa, affollarono la sua mente. Rivide sé stesso bambino con la madre che lo accompagnava a scuola. Suo padre morente all’ospedale. Degli amici che aveva amato e perso. Rivide lo schizzo del giorno prima. Una Maternità, con attorno alberi e fiori. La stessa scena che, adesso, aveva davanti. Quella figura femminile, davanti a lui, dolce e soave, dominava tutto l’intorno e trasmetteva luce e gioia, una gioia perfetta.
Spostando di poco lo sguardo, solo allora, si accorse che, in quel giardino, c’era qualcun’ altro. Distante un paio di metri, di fronte a quella figura, vide, in piedi, una ragazza, alta e magra, i capelli raccolti. Davanti a lei una tela. Dipingeva. Sembrava trasfigurata. L’espressione del suo volto era beata. Rapita. Anche lei parte di quella dimensione divina. La riconobbe.

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