Agrigento, quel viale dove ognuno aveva il suo albero

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Il Viale della Vittoria nei ricordi di Raimondo Moncada. “Anche la mia generazione ha avuto al centro della propria vita il viale, luogo di incontri, di crescita, di maturità, di amori”.

Agrigento, Viale della Vittoria

Agrigento, Viale della Vittoria

Il Viale non è una semplice strada. Ha una memoria, un cuore. Ha il brivido della storia. Parlo del Viale della Vittoria, la dritta via che dalla stazione ferroviaria finisce nell’area dove sorgono i padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico di Agrigento, quelli che fecero ritornare a cantare “Volare” a Domenico Modugno dopo la grave malattia. Uno di questi padiglioni ha ospitato e ospita, non per follia, molte classi del liceo scientifico statale “Leonardo”. La mia scuola, la scuola da cui vedevo, al di là dell’alto muro di contenimento in tufo arenario e della recinzione metallica, persone che in tanti additavano come “pazzi”. Pazzi anche liberi di circolare, fuori da quel mondo. Alcuni entravano e uscivano da quelle strutture sanitarie, mescolandosi ai malati del Viale.

Il Viale è molto legato a quel mio periodo. E non solo. Quelle volte che mi capita di rimetterci piede non sono un passeggiatore qualsiasi (ricordo la battuta amaramente rivolta ai tanti disoccupati: chi fa camini?). Entro nella mia storia e nella storia della mia città. Non sono distratto dalla routine quotidiana di chi vive Agrigento, nelle sue meraviglie e nel suo caos. L’attenzione si stacca dal superfluo. Vado, non conoscendo più nessuno. Ma non in incognito. È passato tanto tempo, troppo tempo. Io non ci vivo più e i miei amici sono altrove, sparsi per l’Italia, per il mondo.

Ma appena varco la soglia, mi si aprono le celle di una memoria che vuole ricordare. E ricorda ogni nodoso albero, ogni foglia suonata dal vento, ogni mattonella calpestata, ogni profumo annusato pure quello di San Leone, ogni colore che cambia sfumatura di stagione in stagione. Come ricorda la direzione cangiante delle ombre, dipendente da un sole che ha sempre calore per tutti, durante il quotidiano giro di un paesaggio sconfinato, di mare e di templi, in cui ti perdi, nei momenti di ricercato silenzio. E mi risuonano voci amiche tra quegli alberi, tra quei marciapiedi, tra quelle panchine in ferro ora occupate da extracomunitari in attesa di clienti nelle loro bancarelle stracolme di taroccate cover per cellulari.

Echi di voci, oggi ombre di ragazzi, di studenti che al termine della scuola, e prima di andare a casa, si facevano il solito tour al Viale per vedere chi c’era e scambiarsi impressioni sulla mattinata in classe e sull’ora di ricreazione. Nel pomeriggio, dopo pranzo e dopo lo studio (per chi studiava) avevi l’appuntamento col tuo gruppo di amici, con la tua comitiva, con i tuoi compagni di classe. Ognuno aveva il suo albero, chi all’inizio del Viale, chi in piazza Cavour, chi da Saieva (il bar). Un rito che si è ripetuto di generazione in generazione. Anche la mia generazione ha avuto al centro della propria vita il Viale, luogo di incontri, di crescita, di maturità, di amori. Anche una vetrina per mostrarsi ognuno nella propria deformante bellezza, diversa di anno in anno, apparenza di un corpo che si trasformava davanti a uno specchio che, senza dire niente a voce, ti ha visto in tutte le fasi dello sviluppo con i tuoi sogni, le tue preoccupazioni, le tue ansie di arrivare, i brufoli che senza chiedere permesso si affacciavano su volti sempre più pelosi.

Il Viale della Vittoria di notte

Il Viale della Vittoria di notte

Uno snodo, per poi scendere a San Leone per chi era motorizzato o andare al cinema per chi poteva: al Supercinema, al Garden di piazza Metello all’Astor (l’unico che ha resistito). O semplicemente si stava al Viale fino a tarda sera (“oggi chiudo io”, ci dicevamo) per poi rientrare a casa, dove ci aspettavano i genitori che facevano finta di russare dopo avere atteso invano una chiamata (esistevano solo i telefoni fissi, le cabine telefoniche: gli avi degli attuali cellulari si vedevano solo nei film di fantascienza).

Le prime paninerie sono nate in quel periodo. Dietro piazza Cavour, ricordo la prima. È stata aperta da un emiliano, ex calciatore dell’Akragas (ho questi ricordi). Lui portò la prima piadina e una varietà di panini che rappresentarono allora una gustosa novità. Poi vennero gli altri e i paninari ambulanti con i Tir attrezzati (sotto la ex Standa di via Gioieni e all’inizio del Viale facevano da tempo panini con panelle, panelle e crocchè, e meusa. Ancora oggi resistono alle mode con il loro orgoglioso marchio familiare che rappresenta garanzia di continuità).

Il Viale è parte della mia vita, parte della vita di tanti ragazzi diventati ora adulti se non anziani. E ritornando su quel marciapiede, toccando quei tronchi d’albero pure loro con le rughe e appanzati dal tempo, ritorni quel bambino uscito dall’elementare “De Cosmi” del Villaggio Mosè che, dopo la licenza di quinto anno, comincia a sentirsi grande e a viaggiare da solo su vecchi autobus stracolmi di studenti di ogni età per raggiungere Agrigento, con il giro lungo di Cannatello e di Fiume Naro. Capolinea: piazza stazione, dopo snervanti fermate lungo l’interminabile tragitto. E poi a piedi, scendere nella sottostante via Acrone e frequentare le prime tre classi della scuola media “Luigi Pirandello”.

È in quegli anni che ho cominciato a scoprire quel nuovo mondo del Viale e a metterci timidamente piede come in un rito di iniziazione. Un segno di emancipazione, di autonomia. Dalle scuole medie è iniziato l’andirivieni, continuo, instancabile. In compagnia di amici, ho cominciato a fare su e giù per il Viale, da una punta all’altra punta, nello spazio conosciuto agli esseri umani che arrivava poco dopo la prima traversa di Saieva. Andavi oltre se avevi necessità di appartarti. O di stare in ombra.

Un viale vissuto, solcato. Con gli anni, a forza di passeggiare, l’ho scavato. Io noto ancora la traccia, l’avvallamento, che hanno creato le mie scarpe. Nelle passeggiate al Viale, con prolungata sosta nell’albero assegnato dal destino, si parlava di tutto: di scuola, di futuro, delle ragazze che ti piacevano, che forse ti guardavano, che forse erano interessate, che forse si erano innamorate, che forse neanche ti cagavano.

Raimondo Moncada, quando era giovane e bello

Raimondo Moncada negli anni del Viale

Si cresceva. Si cresceva.

Dopo le medie, ecco le superiori. Cinque anni di liceo scientifico “Leonardo”, indirizzo sperimentale artistico. Siamo alla punta estrema del Viale, sotto il manicomio e sopra il cimitero di Bonamorone. Anche l’altra metà del Viale, così, mi è venuta familiare. È l’età della mia prima moto e poi della prima autovettura (ho cominciato con una 126 Fiat minuscola color bordeaux). I piedi con i conquistati moderni mezzi di locomozione meccanizzata avrebbero dovuto camminare meno. Ma non è stato così. Il Viale, per antonomasia la “passeggiata”, si fa a piedi (‘mpiduni). Non puoi fartelo da una punta all’altra punta con la moto o con la macchina. Sul marciapiede almeno. C’era già allora chi era più pazzo dei pazzi (la pazzia non ha età) e, fresco di patente, si faceva da un punta all’altra punta bloccato dal traffico, per farsi vedere sopra la nuova auto, sopra la nuova moto e con la nuova autoradio con le casse di fuori che, a tutto volume, si facevano sentire pure allo stadio Barbera del Palermo.

Pazzi! Di una pazzia che manca e che non ritornerà mai più uguale. È una pazzia che vive solo dentro la mia memoria e che si risveglia ogni volta che varco quella soglia. Una festa dei ricordi, una vittoria del mio Viale.

 

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