Agrigento: l’India è in Sicilia

|




Proiettato ieri un interessante documentario sulla frana del 1966 al cinema Mezzano nell’ambito della rassegna cinematografica “Diritti negati” organizzata dall’ANM di Agrigento. Pubblichiamo una nota di Giuseppe Riccobene.

Giuseppe Riccobene

Giuseppe Riccobene

Importante iniziativa dell’ANM agrigentina, con la proiezione del film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi (1963) e, soprattutto, di un documentario di Luigi de Santis, assai poco noto, relativo alle conseguenze della frana di Agrigento, dal titolo “L’India è in Sicilia” (luglio 1966). Il tutto nell’ambito di un partecipato cineforum, apertura al territorio dell’istituzione giudiziaria.

Ed è proprio tale inchiesta del ’66 che deve far riflettere, tutti, per domandarsi cosa sia avvenuto prima e dopo quell’evento calamitoso da cui tutta Italia imparò qualcosa e che ben poco, al contrario, pare aver insegnato agli agrigentini. Un grazie, quindi, a Matteo Delpini e Brunella Sardoni, magistrati e cinefili che contribuiscono, con la diffusione del documentario, ad alimentare un dibattito di cui si sente, ancora oggi, estremo bisogno.

Un dibattito – quello sul passato e sul futuro urbanistico e sociale della città di Agrigento – che è sempre stato tanto qualificato e alto quanto profondamente distante dai propositi e dai risultati di una classe dirigente, non solo politica, che ha reso questa città nello stato in cui essa si trova.

Un dibattito alto, che prima e dopo l’evento franoso ha messo Agrigento al centro delle attività di denunzia, in sede politica, giudiziaria e mediatica, delle enormi nefandezze che si svolgevano sulla pelle della gente comune e del territorio. Un dibattito condotto con coraggio, in sede locale, dai vari piccoli “consiglieri De Vita”, ma anche nelle sedi istituzionali più prestigiose. Pio La Torre e Mario Alicata, nelle rispettive aule parlamentari, hanno pronunciato parole di fuoco sul sacco di Agrigento, tra il disinteresse e il fastidio di chi, costretto ad ascoltarli, tentava e riusciva a limitarne l’eco e l’efficacia.

Agrigento (foto di Angelo Pitrone)

Agrigento (foto di Angelo Pitrone)

Parole alte, ma anche vox populi, come le unanimi parole degli sfollati agrigentini intervistati dall’ottimo De Santis in “L’india è in Sicilia”: gente dignitosa ma incazzata, che con la frana del 19 luglio 1966 aveva perso la propria casa, la propria piccola attività artigianale, oltre ad aver rischiato la propria vita sull’altare della speculazione edilizia, in nome di chi aveva deciso di “costruire dove non si poteva”. Parole semplici, non artefatte, la santa voce del popolo.

E ancora non sapevano che sarebbero stati deportati, per consentire ai potenti di continuare indisturbati…

Gli Eduardo Nottola agrigentini erano tanti: Michele Martuscelli e la commissione da lui presieduta individuavano per ognuno nomi, cognomi e performances edilizie e amministrative, alcune realmente fantasiose che superarono di gran lunga il pur profetico Francesco Rosi. Poi, quella stessa classe dirigente che aveva prodotto e allevato in seno i Nottola, provvedeva a farli uscire pressoché indenni non solo dai processi penali – e in questo la magistratura deve fare un mea culpa – ma anche a fornire loro un provvidenziale scudo da quel pubblico ludibrio che una società sana destina a chi si comporta in tal modo, dando luogo alle assai nefaste conseguenze.

E’ così che si arriva ai giorni nostri. Ad Agrigento la speculazione edilizia è stata “depenalizzata”, il massacro “ordinato” del territorio è stato eretto regola: i programmi urbanistici andavano da un lato e la città dall’altro. Tra di loro non dialogavano. Non può dirsi diversamente di una città ove il numero delle domande di condono (1985, 1994, 2003) è pari o superiore a quello delle famiglie residenti.

E’ un dato con cui confrontarsi, è il dato da cui partire sia per chi vuol tentare un recupero del controllo del territorio, da porre alla base di quel dibattito pubblico – oggi tornato in auge grazie a belle persone che continuano a crederci: cito Beniamino Biondi per tutti – relativo al recupero e alla valorizzazione di un centro storico che è la vera grande vittima del sacco di Agrigento, ben oltre la valle dei Templi e al pari della fascia costiera.

Un dibattito da rilanciare, quindi, nutrendolo di un ulteriore importante documento, oggi “riesumato” grazie alla lungimirante caparbietà dell’ANM agrigentina presieduta da Alessandra Vella. Un dibattito a cui ogni agrigentino avrebbe il dovere morale di prender parte, nonché provare a tradurre in realtà. Chissà.

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *