Agrigento, gli “arabi paesani” sbarcano al Viale. Ma chi sono?

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RILETTURE. Nel 1977 il giornalista de L’Ora Giuseppe Corsentino raccontava i giovani siciliani. Ad Agrigento descriveva una città dominata da palazzinari e democristiani potenti, dove tutti sognavano il posto fisso. Dopo la puntata sui figli della racina di Canicattì, ripubblichiamo l’inchiesta di oltre trent’anni fa. Ci sono i nomi, i pensieri e le speranze dei ragazzi di allora.

L’ultimo giorno di carnevale, senza che nessuno avesse dato un segnale, gruppi di ragazzi e ragazze uscirono da casa travestiti da beduini arabi. Avvolti in finti  caffettani, cantando e ululando nenie arabe, si radunarono tutti sotto gli alberi del Viale della Vittoria, consueto luogo di ritrovo dei giovani agrigentini, e lì cominciarono un allegro e festoso sabba, alcuni battendo ritimicamente il tam tam su un vecchio tamburo, altri intrecciando danze al suono confuso delle chitarre e dei battimani, altri prendendo provocatoriamente a braccetto gli impiegati delle banche e delle poste che, in quel momento, uscivano dagli uffici ed invitandoli ad unirsi al ballo collettivo.

Agrigento nella foto che illustrava il servizio di Corsentino

Agrigento nella foto che illustrava il servizio di Corsentino

Qualcuno si arrampicò sugli alberi e da li cominciò un lungo concerto di cinguettii e gorgheggi mentre gli “arabi” rimasti a terra componevano e ricomponevano vorticosi girotondo. La “trattativa” tra arabi e polizia per farli scendere durò a lungo: alle richieste del maresciallo capo della squadra politica della questura, gli “arabi” rispondevano con inviti alla danza e alla “solidarietà ecologica” con gli uccelli. Alla fine la polizia perse la pazienza e decise di tirarli giù uno per uno a viva forza. Un “arabo” di 17 anni, Massimo Tedesco, studente del Geometra, fu trascinato in questura e lì —raccontavano i compagni — schiaffeggiato.

L'inchiesta di Corsentino fu raccolta nel libro "Gli arabi paesani"

L’inchiesta di Corsentino raccolta nel libro “Gli arabi paesani”

“Quella di carnevale è stata la nostra festa — spiega Gaspare Miccichè, 21 anni, idraulico dopo un’infelice esperienza scolastica al Professionale —, abbiamo voluto protestare in quel modo sorridente e provocatorio contro l’emarginazione e la disgregazione culturale in cui ci costringe a vivere questa città di merda. Non abbiamo la possibilità di trovare un lavoro, non abbiamo dove riunirci tranne le panchine del Viale, i partiti sono incapsulati nelle logiche consunte del potere. Così abbiamo deciso di dar vita ad un collettivo autonomo che si chiama C.A.G.A. (Collettivo Autonomo Giovani Agrigentini) e lavorare e impegnarci per una migliore qualità di vita”.

Quanti sono? Difficile fare il conto. Tutti quelli che incontri sui marciapiedi del Viale della Vittoria, l’unico “spazio verde” sfuggito quasi per miracolo all’abbuffata edificatoria. Si ricollegano alla “ideologia” degli “indiani metropolitani”, ma filtrandola attraverso la consapevolezza (più vissuta come dato “personale” che analizzata con gli strumenti della critica politica) della crisi e del sottosviluppo della città.

“Siamo emarginati e sfruttati come gli arabi”, dice Claudio Muscarà, 20 anni, secondo anno di architettura a Palermo. La definizione “arabi paesani” è nata quasi spontaneamente (del resto non si può essere nel movimento senza essere spontaneisti) nel tentativo di trovare una identificazione di classe legata alla memoria storica della città (Agrigento fu tra le maggiori città della Sicilia araba) piuttosto che al ricordo libresco delle praterie in fiamme. Ma dall’ultimo giorno di carnevale gli “arabi paesani” non hanno pace: la polizia sembra decisa a disperdere questo “branco di straccioni” anche usando le maniere forti.

Le incursioni delle volanti a sirene spiegate sono ormai un fatto quotidiano al Viale; subito dopo il sabba di carnevale il sostituto procuratore della Repubblica ha fatto fermare un gruppo di “arabi” tra cui Massimo D’Angelo. Tano Gambino, dichiarato omosessuale, ha dovuto sorbire i lazzi dei poliziotti; Massimo è stato rilasciato solo dopo l’intervento di un avvocato.

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Ragazze a San Leone, sempre dalle foto del servizio

Il maresciallo della squadra politica “Brillantina Linetti” (lo hanno soprannominato così per i suoi capelli sempre lisci e impomatati) ha dichiarato guerra al Collettivo Autonomi e non passa giorno che non scenda al viale a minacciare: “State attenti — dice —qui non siamo a Roma né a Milano; qui possiamo sbattervi dentro quando vogliamo…”.

“E’ una intimidazione continua — dice Tano, 22 anni, vestito alla “gay”, occhi truccati pesantemente col rimmel e cappellaccio alla Al Capone — non possiamo neanche riunirci sulle panchine del viale per parlare, fumare o cantare che arriva subito un poliziotto a farci sgombrare”.

Ma il Collettivo non ha nessuna intenzione di cadere nella rete della provocazione e si è rivolto, ad un avvocato del partito radicale. Manifesti murali dimostrano il passaggio degli “arabi paesani”. Su uno si legge: “La causa della frana di Agrigento à la gobba di Andreotti”. Oppu-re: “In questo momento il sindaco sta raccogliendo margherite per sé e carciofi per gli altri”. E ancora: “Il sindaco carria bombole per risanare il bilancio comunale”.

Panorama di Agrigento anni Settanta - (Dalla pagina fb Agrigento in bianco e nero)

Panorama di Agrigento anni Settanta – (Dalla pagina fb “Agrigento in bianco e nero”)

Gli “arabi” hanno in programma anche una grande festa popolare con musica, danze, distribuzione gratuita di cibo. Allora: abbiamo di fronte un movimento di fricchettoni che solo merita di essere trattato con sufficienza? Il cronista non può cavarsela con la consolatoria asserzione che la realtà di questi “arabi paesani” è più com-plessa e si ricollega alla disgregazione economica della città.

Deriderli o blandirli serve poco. Cerchiamo invece di capire chi sono e perché il “potere” (che qui ad Agrigento è rappresentato dai costruttori, dai boss democristiani, dai faccendieri dei partiti, dai grossi commercianti, dalla Curia) vorrebbe liquidarli con una bella operazione di polizia.

Le prime risposte le troviamo all’ufficio provinciale del Lavoro e nei primi due numeri di Fogli Agrigentini, una rivista ideologica di sinistra che raccoglie le “teste pensanti” dei “gruppi”: Giovanni Taglialavoro, 27 anni, insegnante di lettere all’IPSIA di Favara, Gaetano Siracusa, insegnante di filosofia, Alfonso Lentini, laureato disoccupato, Giuseppe Nicotra, Alfonso Bellavia, universitario, Giustino Magri, insegnante elementare ed altri.

Fogli Agrigentini si è impegnata in una analisi scientifica della disgregazione economica e culturale di Agrigento e della provincia e, nello spazio di pochi mesi, ha prodotto un consistente lavoro di ricerca e di elabora-zione di dati su cui i cosiddetti “uomini politici” agrigentini farebbero bene a dedicare più di una riflessione.

Giovanni Taglialavoro, ex iscritto al PCI ed ora nei “gruppi”, fa una radiografia dei nudi della città: “Agrigento è una polveriera dove le tensioni sociali, non più contenute dal tradizionale sistema clientelare della DC, possono scoppiare incontrollate e travolgere tutti in una esplosione collettiva di rabbia qualunquistica. Anche il fenomeno collettivo degli “arabi paesani” mi pare un indicatore del disagio delle masse giovanili che avvertono ogni giorno più drammaticamente di essere chiuse in un ghetto — senza lavoro, senza alternative culturali — da cui solo pochi riescono ad uscire e pagando il prezzo altissimo del compromesso”.

San Leone negli anni Settanta - (Da "Agrigento in bianco e nero")

San Leone anni Settanta – (Da “Agrigento in bianco e nero”)

Taglialavoro snocciola dati: Agrigento è una città che non produce nulla, affollata di impiegati e di burocrati che rappresentano il 60 per cento degli occupati, senza una fabbrica, con una agricoltura dissestata. Dal 1961 al 1971 la base produttiva si è ridotta del 18 per cento ed oggi su cento agrigentini quelli che lavorano sono meno di trenta in percentuale. La crisi economica e politica ha chiuso il canale tradizionale dell’impiego nella pubblica amministrazione conquistato con lunghe file nelle “segreterie particolari” di Bonfiglio, Giglia, La Loggia, Trincanato, i padroni della DC agrigentina e quello nella scuola.

“Per questo oggi siamo in presenza di fenomeni come quello degli “arabi” o, al contrario, al disinteresse qualunquistico dei più — spiega Gaetano Siracusa, 27 anni, laureato in filosofia, autore di attente analisi socio-economiche pubblicate nei primi due numeri di Fogli Agrigentini — da ogni parte si avverte il disagio, ma, purtroppo, anche la sinistra “storica” appare incapace di gestire la lotta dei nuovi disoccupati intellettuali che, dopo il fallimento dell’esperienza della lega (sorta alcuni mesi fa e subito scioltasi per incomprensioni interne) finiscono per andare a premere sul vecchio apparato clientelar-mafioso della DC”.

I boss democristiani hanno le loro putie nei palazzi nuovi del Viale che nei giorni di ricevimento si popolano di “ruffiani”, veri organizzatori dell’unico movimento dei disoccupati esistente ad Agrigento. Il “ruffiano” è figura intermedia tra il galoppino e il segretario particolare; tiene i collegamenti tra l’onorevole e la massa dei questuanti che, in genere, non sono i giovani ma i loro genitori i quali possono vantare anni di cieca dedizione elettorale all’onorevole.

Costruzioni post-frana - (Da "Agrigento in bianco e nero")

Costruzioni post-frana – (Da “Agrigento in bianco e nero”)

Il “ruffiano” prepara la lista d’attesa, ha una parola di incoraggiamento per i più sfiduciati, racconta episodi della potenza dell’onorevole, spesso fa intendere di essere a parte di segreti importanti; quando deve dare una risposta negativa sa farlo con eccezionale diplomazia. ùUno che se ne intende si rammarica: “I nuovi ruffiani sono dei vastasi — dice — i vecchi, quelli cresciuti nelle sagrestie e nel movimento giovanile dc erano altra cosa”.

Ma i giovani agrigentini che riescono a trovare il “posto” tramite il ruffiano sono sempre meno: gli organici della pubblica amministrazione e della scuola sono zeppi e il normale turn-over riesce ad assorbirne poche decine all’anno. La DC ha ristrutturato lì vecchio apparato clientelare ed ha riciclato i “ruffiani” trasformandoli in gestori di corsi di addestramento professionale e delle “150 ore”.

“Gli indicatori della disoccupazione giovanile — scrive Taglialavoro in un suo studio pubblicato nel secondo numero dei Fogli — debbono essere ricercati non più all’ ufficio del lavoro ma al provveditorato agli studi che da alcuni anni esprime la situazione del mercato del lavoro con i lunghi elenchi di aspiranti ad un incarico”.

La corsa alla cattedra si gioca coi punti della graduatoria provinciale e per conquistarsi un punto è necessario frequentare i vari corsi UCIIM, CRACIS, etc., tutti organizzati dal prof. Enzo Lauretta, assessore democristiano alla Pubblica Istruzione.

“L’iscrizione in questi corsi — dice Gaetano Siracusa — è diventata per i giovani intellettuali in cerca di lavoro una vera tassa sulla disoccupazione”. “In altri termini — aggiunge Taglialavoro — la DC si è messa a gestire il lavoro nero degli intellettuali”.

E gli altri, quelli che non sono andati a scuola o sono stati espulsi prima della conclusione del ciclo di studio?

Piazza Stazione - (Da "Agrigento in bianco e nero")

Piazza Stazione – (Da “Agrigento in bianco e nero”)

“Affollano la piazza Porta di Ponte — risponde Giuseppe Lanza — dove ogni mattina i costruttori abusivi si presentano per reclutare manodopera per i cantieri della speculazione”. Mimmo Lo Presti, 17 anni, quarto scientifico, ha presentato la domanda per partecipare al concorso per manovale nelle ferrovie mentre Claudio Muscarà frequenta la facoltà di architettura senza troppa convinzione.

Il riflusso e la disgregazione economica hanno avuto pesanti conseguenze sul movimento degli studenti, molti dei quali, i più fragili ideologicamente, si sono adagiati in una sorta di attesismo qualunquistico, rinviando la soluzione del problema-lavoro a dopo la laurea e nel frattempo affollano le panchine del Viale e il sabato sera la pista della discoteca alla moda, il Uaddan.

Qualcuno si politicizza nell’area radical-socialista, secondo i meccanismi classici del ribellismo piccolo-borghese che, pure, in questa “città di merda” finisce per assumere connotazioni di classe. Giuseppe Bellavia, disoccupato, quando si è iscritto al Partito Radicale (che qui ha una sezione abbastanza attiva) si è scontrato col padre che si preparava a mettersi in contatto con qualche “ruffiano”.

Pur agguerrito agli inizi degli anni settanta, il movimento studentesco ha pagato duramente il prezzo di certe ingenuità politiche, come quella di far occupare le case di Villaseta ai senza casa di San Michele senza un aggancio con il sindacato o quando ha cercato di mettere gli edili contro gli speculatori che avevano sfregiato la Valle.

Agrigento (Da "Agrigento in bianco e nero")

Panorama sulla villa (Da “Agrigento in bianco e nero”)

Adesso nelle scuole è tornato l’ordine caro al preside dello scientifico Sambito che mantiene ancora nella sua scuola un rigido apartheid sessuale (ragazzi e ragazze in due piani diversi). Ma, dietro la consunta facciata piccolo borghese, come ci ha avvertito Giovanni Taglialavoro, covano tensioni e fermenti in direzione diversa: a destra c’è un serrate le fila dei cattolici, organizzati da Elio Di Bella (soprannominato Sant’Elio per la sua passione controriformistica: schiaffeggia tutti i bestemmiatori che gli capitano sotto tiro) nei gruppi di “Comunione e Liberazione”; a sinistra la contestazione globale e l’ironia degli “arabi paesani”, la lucidità intellettuale dei redattori di Fogli Agrigentini, la fantasia dei ragazzi di “Radio Rabato”, l’unica emittente di sinistra, la conturbante presenza di un gruppo sempre più numeroso di radicali che domenica scorsa ha fatto un sit-in con Adele Faccio davanti al portone del carcere, la spregiudicatezza delle femministe che denunciano l’ipocrisia della famiglia borghese e la terribile realtà dell’aborto clandestino che ogni anno uccide decine di donne.

Panorama in mongolfiera - (Da "Agrigento in bianco e nero")

Panorama in mongolfiera – (Da “Agrigento in bianco e nero”)

Il dott. Bianchini, impiegato del Banco di Sicilia, è contro la legalizzazione dell’aborto. Per lui i ragazzi del Viale, gli “arabi paesani”, quelle del Collettivo Autonomo Femminista sono solo dei perdigiorno. Forse anche lui sogna il maresciallo “Brillantina Linetti” che si presenta al Viale per fare una retata di arabi radicali comunisti femministe. “Perdigiorno!”.

E non sa che tra loro c’è anche il suo “fiorellino” — come la chiama — la figlia Serenella, una dolcissima quindicenne dai capelli biondi.

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