Agrigento: benvenuti alla Sagra dell’ improvvisazione

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Soffocato per l’ennesima  volta il tentativo di mettere a regime la manifestazione, anche quest’anno si è ripetuto il rituale della “Sagra a rischio” che miracolosamente viene salvata all’ultimo momento. Bisogna, però, vedere come

altIndubbiamente provano un sottile piacere gli amministratori del Comune di Agrigento, così come una parte degli agrigentini, a protrarre l’agonia di questa Sagra del Mandorlo in fiore. O altrimenti non sarebbe comprensibile, né accettabile, che ogni anno alla vigilia, si dibatta della kermesse in tal guisa, con la stessa sensazione di provvisorietà, di incertezza, di totale disorganizzazione.

Tale intima soddisfazione potrebbe trovare una sua origine in un radicato, profondo, disamore per questa manifestazione, che, come tutto ciò che è tradizione, cultura e memoria del territorio, è sopraffatta da un senso di disfattismo, di cinismo, di atavica e radicata coscienza collettiva, secondo cui nulla qui è possibile con i canoni della logica, della programmazione, della condivisione di intenti, della partecipazione.

I quotidiani ogni anno, almeno secondo taluni documenti di circa vent’anni fa e dacché ne ho memoria, riportano la notizia del rischio che la Sagra “salti”, che manchino i fondi e che, forse, sarebbe il caso di lasciarla morire. Lo scorso 2013 l’avevo definita “la minestra riscaldata servita ogni anno” e, a riprova, anche nel 2014 non è che le cose siano cambiate, anzi. La regola è stata confermata. Avevo anche auspicato, allora, che fosse il caso di cominciare a vergognarsi di spendere denaro pubblico per una kermesse, che in pectore dovrebbe essere di alto valore, ma che organizzata all’ultimo minuto, in assenza di promozione e di programma, non garantisce alcun ritorno d’immagine e assicura un riscontro economico non commisurato alla sua grandezza. All’ultimo minuto (miracolo!) i fondi necessari si trovano sempre, anche quando pare che tutto sia perduto. A chi giova il carattere dell’improvvisazione e dell’urgenza negli affidamenti degli incarichi e nelle scelte dei gruppi folkloristici? Un bando, così come lo aveva congegnato il Distretto turistico Valle dei Templi, predisposto con largo anticipo, avrebbe forse provocato qualche mal di pancia. Ma il tentativo di mettere a regime la Sagra è stato soffocato sul nascere: un bando è improponibile, se non ci sono fondi disponibili. Si torna ai metodi di sempre, quelli già collaudati, della capacità di improvvisare e di far male, ché tanto non si poteva far meglio, considerati i tempi a disposizione. Eppure fa rabbia, a chi (e siamo davvero pochi), ancora riesce ad amare questa città e a credere nelle capacità delle risorse umane e materiali di questo territorio. Fa rabbia pensare che basterebbe poco, un po’ d’amore in più, per prevedere, programmare, organizzare, affidare con giudizio, spendere con parsimonia e oculatezza, accantonare una somma così ridicola per i pubblici bilanci, qual è poco più di centomila euro, per essere sicuri di poter, almeno, partire per tempo. Fa rabbia anche perché nell’immaginario del viaggiatore esperienziale, una tappa nei primi di febbraio ad Agrigento è imperdibile. Fa rabbia perché i centralini delle agenzie sono in tilt da mesi, perché gli alberghi hanno già un boom di prenotazioni per un fine settimana che dovrebbe essere di grande attrattiva e interesse. E adesso, quando tutto sembra perduto … colpo di scena! La Sagra si farà e durerà un mese intero. Così sono contenti tutti. Fumo negli occhi. Poco importa, secondo la logica di questi maestri dell’improvvisazione e del bluff, se per la prima settimana non ci saranno gli attesi gruppi folkloristici. Insomma la festa c’è, il matrimonio pure, che importa se cambia la sposa? E gli invitati? Quei poveretti ignari che si aspettavano qualcos’altro, un’altra festa? Il pessimo ritorno d’immagine, che ne deriva, equivale a prosciugare un intero mare di denari pubblici e privati spesi per promuovere questo territorio. Rimango dell’idea che questa manifestazione ha numerosi e innegabili punti di forza, che per un solo week end negli alberghi si realizzano complessivamente, tra introiti diretti e indotto, circa 700 mila di euro, ossigeno per la nostra asfittica economia; ma con questi sistemi dei maghi del bluff si rischia di ottenere un danno enorme, economico e di immagine, anche per le più piccole imprese che con fatica e coraggio quotidiano continuano a tenersi in piedi, malgrado la crisi. La Sagra del Mandorlo in fiore può anche svolgersi in primavera, ma va programmata con largo anticipo, va costruita e lanciata sul mercato in ogni suo dettaglio molti mesi prima. È fin troppo ovvio, lo si sostiene da sempre. Ma ogni anno ci vengono a raccontare che mancano i fondi, che la causa è da trovare nei bilanci non approvati, nel ricorso all’esercizio provvisorio, quasi che fosse una sorpresa. La Sagra ha un cancro che va estirpato o sanato. Sopportarne questa agonia è un danno per l’intera collettività. Chi non sa o non vuole programmare una manifestazione che ha cadenza annuale da quasi settant’anni abbia il coraggio di ammettere le proprie responsabilità dinanzi ai cittadini. È una fase storica di grandi mutamenti e di azioni coraggiose: Agrigento non ne rimanga estranea.

Anna Maria Scicolone

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