Agnello, le sue sculture e il valore della memoria

|




Incontro a Porto Empedocle con l’artista di Racalmuto che espone le sue opere alla Torre Carlo V : “Negli anni abbiamo atteso un cambiamento mai avvenuto, fino a perderci…”

Giuseppe AgnelloCenere di delusione e piccoli germogli di speranza, l’azzurro sfumato di una realtà fatta di nuvole e il contrasto violento della materia tra il bianco e il nero. Le sculture di Giuseppe Agnello esposte alla Torre Carlo V di Porto Empedocle, propagano il respiro dell’esistenza umana, l’alito del vento tra i rami secchi, l’istinto di sopravvivenza della natura, in una terra spesso ingenerosa. La mostra dal titolo “Memorie: vedute laterali e oblique” – organizzata dall’Amministrazione comunale di Porto Empedocle guidata da Lillo Firetto, e dalla Fondazione Andrea Camilleri – è un percorso di emozioni e di sensazioni crescenti, che narra l’esperienza della maturazione non solo artistica di uno scultore che, nel profondo dell’anima, conserva il valore della memoria.

I corpi, spesso rivelati nella loro nudità, si confondono con l’aria o con la terra, subiscono metamorfosi, sbocciano improvvisi, come risvegli, dopo una lunga notte di resa al sonno, o patiscono un destino di sradicamento dalla propria essenza e identità, capovolti, bruciati, sconfitti da ombre di morte e solitudine. Fino al 30 dicembre le opere saranno esposte su due piani, negli spazi espositivi superiori della Torre, e offriranno al visitatore l’opportunità di godere in un luogo ricco di fascino di un’ iniziativa culturale di spessore internazionale. Giuseppe Agnello, 50 anni, è di Racalmuto, dove vive e opera. Ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Carrara e attualmente insegna all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Ha realizzato diverse opere pubbliche, sia in Italia che all’estero, ma è celebre per il ritratto in bronzo dello scrittore Leonardo Sciascia, ubicato nella sua città natale, e per la scultura in bronzo dedicata al Commissario Salvo Montalbano, noto personaggio dello scrittore Andrea Camilleri, collocata a Porto Empedocle. Nel ’98 realizzò i ritratti dell’allora presidente della Siria, Hafez Al Assad, e del figlio Basel, perito in un incidente, collocati nel mausoleo omonimo ad Aleppo e presso il teatro di Damasco. “La mostra raccoglie circa 15 anni di attività alt– spiega Agnello – . Ma in realtà sono esposte molte opere dal 2007 ad oggi. Soltanto “Corpi nuvolosi” appartiene ad un periodo antecedente: assieme a “Anima e corpo” è l’unica nota di colore della mostra e rappresenta l’introspezione dell’uomo. L’esposizione, nelle altre sale, è distinta per materia e per colore, il bianco e il nero, anche se sono sculture realizzate in periodi diversi: resine, legni, gessi…” La scelta di Agnello palesa un ritorno all’utilizzo di alcuni materiali, nel corso degli anni. “La materia m’interessa relativamente. M’importa di più l’obiettivo: ciò che intende raccontare l’opera” afferma. Un’area espositiva rievoca il dramma delle migrazioni dal nord Africa. Le sculture risalgono al 2007, un anno interessato da un enorme flusso migratorio: “Un dramma che ho voluto raccontare” afferma. Le barche riportano ai disastri del mare: sono affollate di esseri vivi e morti, a pezzi. In una delle sale ci si trova in mezzo ad un gregge di pecore, un’immagine che potrebbe apparire metafora di una certa umanità. Invece, per lo scultore la pecora è un animale che appartiene alla sua memoria, alla sua infanzia, al rapporto con la natura. “Sono cresciuto con questi animali – ricorda – : grazie a loro sono riuscito a maturare una certa sensibilità verso la natura. Il gregge è un progetto di installazione itinerante che avevo realizzato per “Palermo in scena” con il sindaco Orlando, nel ’96. Nel 2008 l’ho realizzato in gesso bianco, per rendere un’immagine onirica, trasognata, su un pavimento di gesso polveroso con dei sassi di sale, per rievocare il paesaggio racalmutese delle miniere al sale, arido,secco”. La scelta dei materiali dipende dal messaggio, dall’impatto visivo e dalle sensazioni che intende suscitare: “M’interessa l’immagine e ciò che ci racconta: ho lavorato con il gesso, le terrecotte, i bronzi. La scelta del materiale è determinante solo se devo collocare la scultura in un luogo pubblico, per assicurarne la durata nel tempo. Per me non è importante fondere il bronzo per nobilitare una scultura”. Agnello da questa mostra si aspetta “che venga visitata dai siciliani, almeno da quelli che vivono in questo territorio. Mi fa piacere – sostiene – che le persone comuni si avvicinino alle mie opere, che ne siano incuriosite e che riescano ad entrare in sintonia. L’opera d’arte ha questa funzione: dialogare con tutti, non con un gruppo di élite; anzi, più persone colpisce e più il messaggio raggiunge l’obiettivo, che è quello di raccontare i nostri sradicamenti, i nostri sconvolgimenti d’identità. Siamo tutti un po’ migranti, perché ci sentiamo sradicati. Negli anni abbiamo atteso un cambiamento mai avvenuto, fino a perderci. Ecco perché le metamorfosi diventano cenere, carbone, come se la nostra interiorità, la nostra essenza sia stata consumata”. Difficile quantificare quanto oggi costi credere ancora nell’arte e in una passione profonda per la scultura. “Si fa molta fatica. Ma per me è una forma di vita: mi è impossibile non realizzare qualcosa; per me è fisiologico come mangiare”. Quando gli fu proposto di realizzare il monumento a Sciascia era docente dell’accademia di Carrara e operava tra Pietrasanta e Massa Carrara, meta ambita di scultori d’ogni parte del mondo per la tradizione del marmo. “Fu un’impresa molto affascinante, anche perché lo avevo conosciuto: non volli creare un monumento celebrativo ottocentesco; conoscendo la scultura contemporanea, m’ispirai alla Pop Art, e mi piacque l’idea dell’uomo che camminava sulla strada. Questa scelta suscitò non poche polemiche, ma anni dopo la collocazione sul marciapiede della scultura del commissario Montalbano non destò alcun altclamore”. Il suo rapporto è più con la campagna che con la Racalmuto di Sciascia. “Non vivo intensamente il mio paese, anche se ci sono cresciuto. Sono più legato alla campagna, che agli angoli di Racalmuto. Forse perché non lo riconosco più, perché è stato trasformato, è diventato altro … ma io ho anche vissuto sempre in campagna, con questo rapporto con gli animali, con mio padre, che ho aiutato sin da piccolo. Non è come adesso che i nostri figli non ci seguono: appartengo ad un’altra generazione. La mattina bisognava alzarsi e aiutare il padre, la domenica non c’era scuola e la passavo a pascolare le pecore; lo stesso l’estate, per le vacanze. L’ho aiutato sempre, anche dopo aver terminato gli studi all’Accademia. Ero diviso tra la scultura e mio padre: la mattina lo aiutavo, poi mi dedicavo all’arte”.
La passione per la scultura è nata da giovanissimo. È una disciplina legata alla materia, e a contatto con la natura si matura una certa sensibilità. “Io non sono uno scultore “per via di togliere”, come Michelangelo; io “vado per costruire”. Avevo frequentato il liceo artistico ma non avevo trovato ciò che cercavo. Poi all’Accademia ho incontrato Salvatore Rizzuti, che mi ha dato le basi della scultura: da lì sono scattati dei meccanismi incontrollabili”.
Per Agnello nessun rimorso e nessun rimpianto: “Rifarei tutto: sono contento di quel che ho fatto, anche di quel che mi è successo nella vita, come non essere diventato un grandissimo artista, e l’aver scelto di continuare a vivere nella mia campagna“.

Anna Maria Scicolone

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *