Ad Armando l’arrivederci di Padre Uriel

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Il vocazionista colombiano preferisce una toccante lettera alla classica omelia

L'ultimo saluto ad Armando Giglia“T’immagini se con un salto si potesse/ Si potesse anche volare/ Se in un abbraccio si potesse scomparire /E non avremmo neanche il tempo di soffrire /E poi t’immagini se invece si potesse non morire /E se le stelle si vedessero col sole…” Mentre a Sanremo, sul palco pieno di fiori dell’Ariston, i Modà cantavano all’Italia “Se si potesse non morire”, a Favara, a San Giuseppe Artigiano, in una chiesa piena di fiori e gremita di parenti e amici con gli occhi gonfi di lacrime, Padre Uriel dava l’ultimo saluto ad Armando Giglia, il giovane favarese vittima di un tragico incidente stradale.

 

Il prete vocazionista, da poco arrivato nel tempio voluto da San Giustino, non conosceva personalmente Armando. In quel maledetto pomeriggio di San Valentino il giovane prete aveva appreso su internet dello schianto avvenuto a Le Dune, a poche centinaia di metri dal mare Mediterraneo, meta preferita di Armando per le pause caffè. E come tanti “internauti”, anche Padre Uriel andò a cercare su Facebook il profilo di Armando. Leggendo i post e le foto pubblicate dal promotore culturale della Farm, il giovane pastore della popolosa parrocchia che si affaccia su Piazza Don Giustino, rimase particolarmente colpito. Nel silenzio della sua camera, con il Pc ancora acceso, iniziò a pregare per la giovane vittima e per la sua famiglia, straziata dal dolore. Nell’era della comunicazione di massa e delle amicizie virtuali, basta un clic per conoscere persone ed apprezzare iniziative e comportamenti. Ma padre Uriel non avrebbe immaginato di essere “chiamato” dalla famiglia Giglia a dare l’ultima benedizione ad Armando. La sua non è la Parrocchia di appartenenza di Armando GigliaArmando. Ma, quasi come una richiesta dall’alto, il giorno dopo fu invitato a celebrare messa. Padre Uriel, sabato pomeriggio, ha celebrato le esequie del 27enne artista, dando un “taglio” diverso al funerale. Alla classica omelia, il giovane prete ha preferito rivolgersi alla giovane salma, leggendo una lettera che ha toccato il cuore di tutti i presenti.
Con alcuni tagli redazionali, proponiamo le parti principali della particolare omelia di padre Uriel Ortiz, il 34enne prete arrivato dalla Colombia.
“Caro Armando, anche se non ti conoscevo, permettimi di chiamarti così, come faccio con i giovani che frequentano la mia parrocchia e con i quali spesso parlo e scherzo. Oggi vorrei parlare con te. Sì, proprio con te che sei rinchiuso in una bara, certamente non per tuo volere. E siccome credo che tu sei vivo e che ciò che noi definiamo morte non è la fine del tutto, io voglio parlarti.
Giovedì scorso mi è saltata agli occhi una notizia condivisa da un mio amico: “Un giovane di Favara muore in un incidente”. La notizia non mi poteva lasciare indifferente, non solo per il ruolo di pastore che esercito in questa comunità ma anche perché si trattava di un giovane e non so perché, ma quando viene spezzata la vita di un giovane è come se ci sentissimo più coinvolti tutti. Così sono andato a leggere l’articolo, ho preso il tuo nome e sono andato a cercarti su facebook. Ho trovato una bellissima foto che avevi pubblicato qualche ora prima e leggendo i commenti dei tuoi amici ho capito che eri proprio tu.
Anche se non ti conoscevo ci sono rimasto molto male, mi dispiaceva leggere i commenti dei tuoi amici e non, che sulla tua pagina affidavano a poche parole il loro sconvolgimento e la loro incredulità per ciò che ti era accaduto. Tu, invece, eri lì sull’asfalto e il tuo sangue, cioè la tua vita, scivolava via come una foglia che non riesce ad attecchire in un terreno così arido. Arido il terreno ma non il tuo sangue. Perché il tuo sangue era rosso e il rosso, come dice D’Avenia, è il colore dell’amore, è il colore della vita. Ho pensato subito alla tua famiglia, alla tua cara mamma, che come tutte le mamme hanno quel legame viscerale che permette di sentire il dolore del figlio anche quando nessun altro se ne avvede. Ho subito detto di sì alla richiesta della tua famiglia, ma il pensiero di dover celebrare il tuo funerale un po’ mi spaventava. Ti confido una cosa: questi momenti sono difficili non solo per i tuoi cari, parenti e amici, ma lo sono anche per noi sacerdoti, o almeno parlo per me.
Ho deciso di parlarti, scegliendo la forma della lettera anziché la solita predica e ti chiedo scusa in caso tu pensi che io abbia sbagliato. So che ora mi stai ascoltando non solo tu, ma anche i tuoi cari e tutti coloro che sono accorsi a questo luogo per stringersi attorno a te e a loro.
L’ultima foto che hai pubblicato è bellissima, unisce il mare e il cielo con delle nuvole che sembrano danzare nell’infinito portate via dal vento. Anche tu sei andato via, e come le nuvole sembri scomparire nell’infinito. Nell’infinito amore di Dio che è Padre, che ci ama, che ci accoglie così come siamo. Allora ti penso in questo infinito e anche se sembri sparito all’orizzonte so che tu continuerai a vivere.
altSì, perché la morte non spezza i nostri legami, il nostro amore. Tu continuerai a vivere nel cuore dei tuoi cari, nel cuore dei tuoi amici, nel cuore di coloro che condividevano la tua voglia di vivere e di fare. Di fare qualcosa per il tuo amato paese, come Andrea e Florinda e i tuoi amici dell’Associazione Farm Cultural Park che continueranno all’interno dei Sette Cortili a portare avanti il tuo entusiasmo e la tua voglia di ridisegnare Favara; continueranno a prodigarsi perché il tuo, il nostro, piccolo stupendo paese, possa darsi una svolta, così come te lo auguravi all’inizio di quest’anno.
Caro Armando, vorrei dirti tante altre cose, ma mi fermo qui. E ricordati, noi non stiamo celebrando la morte, ma stiamo celebrando la vita. Quella vita piena della quale tu oggi godi nell’infinito amore di Dio. Arrivederci Armando”. Migliaia le persone che hanno dato l’ultimo saluto ad Armando, sia in Chiesa che al Cimitero. All’uscita della bara, avvolta dalla bandiera rossa a pois bianchi della Farm, il volo di decine di palloncini bianchi verso quel cielo a cui Armando aveva riservato l’ultimo “scatto”.

Giuseppe Piscopo

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