Vi racconto il “mio” Giuseppe Grassonelli, in carcere fino al 9999

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Rileggiamoli. Tra poche settimane esce il libro Malerba, scritto a quattro mani con Giuseppe Grassonelli, protagonista della guerra di mafia agrigentina degli anni Novanta, condannato al carcere a vita. Carmelo Sardo ci descrive l’ultimo incontro con l’ergastolano di Porto Empedocle.

Sono entrato tante di quelle volte in un carcere che non mi fa più alcuna impressione. Non credo serva chiarire cosa intenda per “entrare in un carcere”. O forse sì? Bé, a scanso di equivoci: intendo “per ragioni professionali”, diciamo così!

Per quanto tetro possa apparire, avverto già dallo sferragliare del cancello d’ingresso un senso di familiarità. Chi mi conosce non si stupirà e immagino capisca e sappia a cosa mi riferisco. Del resto, quando a vent’anni ti capita di svolgere il servizio militare nel corpo degli agenti di custodia (come si chiamava allora) e passi nove mesi della tua giovinezza “rinchiuso” in un carcere di massima sicurezza in un’isola nell’isola, è inevitabile che quell’esperienza ti segni.

Giuseppe Grassonelli con Carmelo Sardo prima del convegno

Giuseppe Grassonelli con Carmelo Sardo

Se poi la racconti in un libro e fatalmente succede che ti viene chiesto di presentarlo nelle carceri, ecco che il filo non si spezza e quel senso di familiarità a cui accennavo si rinsalda. E se ti capita in sorte –che di questo per me si tratta- che un detenuto ergastolano decida di “sceglierti” per raccontarti la sua storia potente e drammatica e insieme a lui ne fai un libro, ecco che quel metaforico filo diventa un cavo d’acciaio. Aggiungiamo a questo le amicizie che coltivo con chi per le carceri e nelle carceri vi lavora, poliziotti penitenziari in testa, ecco spiegato a me stesso prima ancora che ai lettori, da cosa dipenda quel senso di familiarità che mi prende ogni volta che si profila alla mia vista un muro di cinta, una garitta, una finestra da dove penzolano magliette e calzini ad asciugare, se non proprio braccia e mani.

L’ultima volta che sono entrato in un carcere è stato pochi giorni fa, venerdì 11 aprile. E stavolta per moderare un convengo organizzato dall’IPA, l’ International Police Association, che ha scelto un tema solo apparentemente scontato, ma in realtà drammaticamente attuale, e scottante: “31.12.9999: fine pena mai!?” Titolo che dice tutto. Ma a proposito? Sapete che quella data -che solo a leggerla sembra impensabile- è proprio quella che si trovano stampigliata sul foglio matricola i detenuti condannati all’ergastolo? 31.12.9999: sembra un modo più lieve ed elegante per dire al condannato a vita che uscirà da qua dentro solo morto. E badate alla punteggiatura del titolo del convegno.

L’infaticabile ispettore della penitenziaria, Mauro Nardella, che l’ha pensato, ha voluto mettere l’esclamativo prima e l’interrogativo dopo, non a caso. Perché allo stato attuale l’ergastolo nel nostro paese equivale a “fine pena mai”: di qui il punto esclamativo. Il punto di domanda è l’inquietante messaggio che passa: ma davvero si può pensare di infliggere a un condannato una “pensa senza mai fine”? sbarre

Lo scenario per discuterne è stato il carcere di Sulmona, provincia de L’Aquila, dove vi sono rinchiusi, fra gli altri, quasi un paio di centinaia di ergastolani. La direttrice, Luisa Pesante, è persona professionalmente e umanamente assai sensibile su questo tema e quando le ho proposto, d’accordo con gli organizzatori, di coinvolgere accanto ai vertici del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) a docenti universitari, esperti e criminologi, anche loro, i protagonisti, i detenuti, ha accolto con entusiasmo l’idea e ne ha individuati tre per tutti che venissero a documentare la loro esperienza: Giovanni, Guerino e Giuseppe. Due si sono laureati in carcere, uno è laureando.

I loro interventi, fuor di retorica, hanno toccato i cuori delle centinaia di persone presenti: non solo addetti ai lavori, ma moltissima gente comune. Con parole semplici e profonde. Con forte coinvolgimento emotivo, che ha perfino tradito le lacrime e i singhiozzi di Giovanni, che mentre leggeva la lettera che si era preparato, le parole gli si sono strozzate in gola mentre provava a dire “che uno che ha sbagliato non può morire in carcere senza neppure un’ora di permesso. Che l’uomo cambia. Che le cellule si rigenerano. Che non si è mai la stessa persona di ieri, dell’altro ieri. Che la detenzione fine pena mai è anticostituzionale. Che è peggio della pena capitale….” Non ce la faceva Giovanni ad andare avanti. Gli applausi sono scrosciati, lui ha mandato giù la sofferenza e l’angoscia, e ha portato a termine il suo intervento.”

Ha messo un vestito buono per l’occasione. Un abito grigio, una camicia bianca, la lente moderna da intellettuale, i capelli grigi, lunghi ma ben curati. Non ha neppure 50 anni, è rinchiuso da venti. E’ di Lecce. Gli hanno dato l’ergastolo perché accompagnava in macchina sicari di mafia a compiere omicidi. Giura che lui non ha mai sparato in vita sua. Ma gli hanno dato l’aggravante dell’associazione mafiosa e questo gli ha fatto scattare il 4 bis, l’ergastolo ostativo. Inutilmente ha provato a dimostrare che lui non è affiliato a nessuna organizzazione. Niente. Gli respingono tutte le richieste di permessi, che accordano invece ad altri ergastolani senza l’ostativo, anche se hanno ammazzato poliziotti, come nel caso di Renato Vallanzasca per citarne uno, che ha avuto la semilibertà. A lui e agli altri ergastolani ostativi, niente.

Sapete cos’è l’ergastolo ostativo? E’ una condanna nella condanna senza fine. Non solo la condanna a vita, ma anche il divieto di accedere a qualsiasi beneficio, foss’anche un’ora una di permesso. Niente. Per tutta la vita. Questo perché di mezzo c’è un reato di mafia. Ostativo.

Giuseppe Grassonelli all'epoca del suo arresto

Giuseppe Grassonelli all’epoca del suo arresto

Come Giuseppe. Non uno qualsiasi. Il “mio” Giuseppe: Giuseppe Grassonelli. Il “mio” compaesano, di Porto Empedocle come me. Il “mio” coautore del libro sulla sua storia, Malerba, che abbiamo scritto a quattro mani e che uscirà per Mondadori tra fine maggio e inizio giugno prossimi.

“Mio” perché mi lega a lui ormai, dopo due lunghe interviste davanti le telecamere, colloqui (in carcere ovviamente) di ore e ore, e diverse decine di lettere che ci siamo scritti, un rapporto inevitabilmente intenso e vibrante. Di stima e di fiducia e di rispetto reciproco. Lui con la sua intelligenza straordinaria ha un enorme rispetto del mio lavoro e della mia professionalità. Io lo stimo e lo ammiro per la serietà con cui sta rispettosamente scontando la sua pena.

Giuseppe da 22 anni, da quando è in carcere, è rientrato nella legalità. E lui sa che fino a quando sarà nella legalità potrà contare sul mio rispetto. Ma sarebbe qui riduttivo e non farei giustizia alla sua intelligenza se non dicessi che la stessa stima e lo stesso rispetto Giuseppe se li è conquistati lungo gli oltre cinque lustri di detenzione da poliziotti penitenziari, direttori di carceri, assistenti sociali, e docenti. Da chiunque l’abbia incontrato e conosciuto.

Nel convegno di Sulmona, dopo gli appassionati interventi degli esperti di una materia così difficile e complessa come l’ergastolo e la possibilità, o necessità, a seconda delle angolature da cui lo si affronta, di rivederlo se non di abolirlo, ho chiesto e ottenuto dagli organizzatori, direttrice in testa, che Giuseppe a un certo punto sedesse accanto a me nel banco dei relatori per un suo intervento, senza schemi, senza confezionamenti.

Dovevate vederlo quanto si sia emozionato! E avreste dovuto vedere il pubblico come lo ha ascoltato attento e in silenzio. Ha detto poche cose, ma profonde e vere, che hanno suscitato applausi convinti. E se vi chiedeste, in questo momento, anche polemicamente, cosà potrà mai dire uno che ha ucciso e che per questo è stato giustamente condannato, dovreste conoscerla fino in fondo la sua storia, e cogliere le differenze tra il ragazzo che era e l’uomo che è diventato. Rivisitare il contesto in cui Giuseppe sparava e ammazzava. Le ragioni che l’hanno spinto a farlo. E conoscere l’uomo che è tornato ad abitare.

Ogni storia è diversa. Ogni detenuto ergastolano ha una storia diversa. Ma qualunque essa sia, chi come i Giuseppe e i Giovanni stanno pagando e nella loro condanna senza fine si recuperano, si redimono, si riscattano e diventano nuovi, ecco, a persone come loro uno Stato che si ritiene civile e democratico non può non concedere una chance. Per documentarmi e capire perché molte intelligenze del nostro paese si stiano battendo per l’abolizione dell’ergastolo, sono andato a leggermi tutti i loro interventi nei convegni, nei libri, nei giornali. Da Adriano Sofri a Umberto Veronesi. Dai leader radicali ai docenti universitari. E per tutti prendo a esempio il “maestro” di Giuseppe Grassonelli, il professore Giuseppe Ferraro, titolare della cattedra di Filosofia dell’Università “Federico II°” di Napoli.

Toni Trupia

Il regista Toni Trupia

E’ lui che ha “scovato” e scova i tanti Giuseppe seppelliti nelle nostre carceri. E’ lui che li ha stanati. Li ha fatto ritornare. Se ne avete voglia e tempo, cercate su google il suo nome. Leggete e ascoltate i suoi scritti e i suoi interventi. Vi aiuteranno per lo meno a ragionare. Per lui, a chiusura del suo intervento, Giuseppe Grassonelli ha avuto parole di devota riconoscenza, con le lacrime di emozione che galleggiavano negli occhi.

E’ anche a lui che Giuseppe deve la sua rinascita. Ma domandiamoci a cosa servirà una rinascita ai Giuseppe che sopravvivono nelle loro celle tre metri per quattro, se allo Stato che si fregia dei suoi detenuti modello, non possono neppure provare a chiedere un permesso di mezza giornata, di un’ora, per non parlare della semilibertà, dopo più di 20 anni di carcere. Sono entrato nella cella di Giuseppe. L’abbiamo filmata con una troupe cinematografica guidata dal mio amico regista Toni Trupia con cui stiamo lavorando a un docufilm sulla storia di Giuseppe Grassonelli.

Presentandocela Giuseppe ha detto: “Benvenuti nella cella dove passo ventidue ore al giorno. Ventidue ore al giorno! Ma almeno qui, dalla finestra vedo le montagne”.  

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One Response to Vi racconto il “mio” Giuseppe Grassonelli, in carcere fino al 9999

  1. delfino Rispondi

    3 ottobre 2016 a 22:54

    salve ho 50 anni..se mi soffermo a pensare sensibilmente hai pensieri che possono attraversare la mente di un’uomo destinato a vivere tutta la vita in una cella non riesco ad accettarlo ..proprio in virtù di quella stessa vita che è meravigliosa e scorre senza fermarsi mai e non può essere sprecata in una cella …sono una normale persona del popolo che molte volte di fronte hai fatti di cronaca diventa forcaiolo e giustizialista ma trovo vero che l’uomo cambia ,che non si è mai la persona di ieri ,dell’altro ieri…..leggero il libro e se volete mi farebbe piacere scambiare qualche chiacchiera con voi…

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