16 marzo, rapito Moro. La profezia di Sciascia: “Non ne uscirà vivo”

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L’INTERVISTA Il biografo di Leonardo Sciascia, Matteo Collura, intervistato da Malgrado tutto ripercorre i mesi tragici del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro. A quarant’anni di distanza, ecco come lo scrittore visse quella stagione di piombo che gli segnò la vita.

Leonardo Sciascia con Matteo Collura nel 1978 a Parigi

Quarant’anni fa la strage di via Fani e il rapimento di Aldo Moro.
Intanto, rispetto agli anni che sono passati e rispetto alle recenti vicende politiche, quanto è cambiata l’Italia? È stata fatta piena luce di quegli anni?

Quarant’anni sono una distanza enorme, considerato anche la velocità con cui gli avvenimenti destinati a “fare” storia si sono succeduti dal 1978. In questo arco di tempo non soltanto è cambiata l’Italia, ma il mondo intero. Allora si era in piena guerra fredda e il muro di Berlino era ben solido. Quello che possiamo definire “paradosso Italia” era nel suo pieno vigore: una nazione che dopo gli accordi di Yalta stava totalmente dalla parte Occidentale, quella degli Stati Uniti d’America e della Nato, e nello stesso tempo esprimeva il più potente partito comunista d’Europa. Questo paradosso ha fatto sì che l’Italia della fine degli anni Sessanta e del decennio successivo sia stata presa di mira dai vari servizi segreti. Nessuno dei misteri di quel periodo è stato completamente svelato, e sul caso Moro, dopo cinque diversi processi e non so più quante commissioni parlamentari, resta tanto altro da scoprire.

Dal 16 marzo, giorno del rapimento di Moro, al 9 maggio, il giorno dell’assassinio, sono stati mesi difficili per Sciascia che veniva “accusato” di stare in silenzio rispetto al rapimento del presidente della DC. Come visse quei giorni?

Sciascia seppe del rapimento di Moro mentre si trovava a Roma, in casa del giornalista Rai Melo Freni. Qualche tempo dopo lo stesso Freni mi disse che Sciascia, a caldo, subito dopo aver appreso la notizia, affermò: “Non ne uscirà vivo”. Questo perché Moro gli apparve subito come agnello sacrificale. L’epigrafe tratta da un libro di Elias Canetti, che Sciascia inserì ad apertura dell’ “Affaire”, da questo punto di vista è illuminante: “Qualcuno è morto al momento giusto”. Moro lo vollero morto i suoi amici democristiani e i suoi avversari comunisti, che lui aveva fatto in modo di coinvolgere nel governo del Paese. In quel periodo Sciascia appariva tormentato; ed è comprensibile, dato che aveva scritto libri che sembravano avere annunciato tutto, “Il contesto” e “Todo modo”. Taceva perché sconvolto dalla realtà che, borgesianamente, sembrava adattarsi alla fantasia letteraria.

La foto di Moro prigioniero delle Brigate Rosse

In che stato d’animo scrive il libro sul caso Moro? Che estate è stata per Sciascia quella del 1978?

Quell’estate morì la zia cui lui era più legato, “Nica”, una signorina che gli era stata molto vicina, coltivando la sua intelligenza e vigilando sulla sua scelta di vita. In quello stesso periodo la vecchia madre subì la frattura del femore, che un anno dopo avrebbe portato alla morte anche lei. Quello stesso agosto, nel cadere dalle scale di casa, Sciascia si fratturò la mano destra, quella con cui scriveva. Ma quello che più lo amareggiò in quel periodo destinato alle vacanze fu l’assenza, nella casa della Noce, delle figlie, con i rispettivi mariti e bambini. “Non c’è mai stato tanto silenzio in questa casa”, ricordo mi disse usando il telefono pubblico della contrada.

L’affaire Moro, a mio parere, è anche un libro molto legato alla Noce. Basta pensare alle lucciole ricomparse, al ricordo felice dell’infanzia in quella campagna di Racalmuto, i sentimenti: Pasolini, Stendhal, gli “adorabili”…

Credo che nell’episodio delle lucciole, in quel delicato e affettuoso omaggio a Pasolini, vi sia il riconoscimento da parte di Sciascia della lungimiranza del poeta e regista, il quale aveva definito Aldo Moro “il meno implicato di tutti” nel malgoverno democristiano. Nel leggere e commentare le lettere di Moro prigioniero, Sciascia ebbe di certo ben presente quella definizione. Certo, la Noce, in quel periodo terribile per l’Italia, dovette davvero rappresentare per lui un angolo di pace, dove ritrovare se stesso, gli amici, la ragione, in un momento di sbandamento generale di essa. La ricomparsa delle lucciole sono la speranza che un grande scrittore vuol dare a se e agli altri, nonostante tutto.

Il libro esce in Francia, poi in Italia. Perché?

Edizione francese dell’Affaire Moro

Fu il giornalista e scrittore Dominique Fernandez, di cui Sciascia era amico, a proporgli di pubblicare il libro su Moro con l’editore francese Grasset, dove già erano apparsi altri libri dell’autore di Racalmuto. Sciascia accettò e il libro uscì prima in Francia e subito dopo in Italia, con Sellerio. In quei giorni mi trovavo con lui a Parigi. Lo ricordo stanco, preoccupato, ma sollevato di poter stare per un po’ lontano dall’Italia, in una città da lui molto amata. Ricordo che mentre una mattina camminavamo sugli Champs-Elysées, disse: “Ecco, da qui, da questa distanza sento che l’Italia mi fa meno male”. Spiegò che aveva parafrasato la frase di Miguel de Unamuno (“mi duole la Spagna”).

Quali tesi sosteneva Sciascia nel suo libro?

Rispondo riprendendo un brano del mio “Alfabeto eretico”. Nel sacrificio di Moro, Sciascia colse una dimensione tragica che dal punto di vista politico e umano non aveva precedenti, se non nella tragedia greca e in quella shakespeariana. Non è un intrigo di ordinaria politica, quello che porta alla morte il potente capo dei democristiani, ma una tragedia del potere che investe un’intera nazione, la sua coscienza, il suo futuro. Per questo nel leggere le pagine di Sciascia, Moro vi appare come un Amleto, ormai contro tutti, certo soltanto della sua volontà: di non fare, cioè, quello che gli altri pretendano faccia per il bene “supremo”.

Il “caso Moro”, subito diventa il “caso Sciascia”. Divampano le polemiche e si accende un dibattito di consensi e dissensi. Cosa le confidava in quei giorni lo scrittore?

Sciascia in questo suo libro fu durissimo con i democristiani e con i comunisti, scelta che lo avvicinò alla posizione del socialista Craxi, il quale agiva certo per scopi umani, ma anche per rompere l’alleanza tra Dc e Pci, che avrebbe tagliato fuori il suo partito. In quei giorni ricordo diceva ai suoi amici: “Mi stanno accusando persino di vanità (si riferiva a Eugenio Scalfari), di me si sta dicendo di tutto, che sto con Craxi, che non ho interesse per lo Stato. La verità è che io ho scelto di stare con Moro, con l’uomo che politicamente ho sempre avversato e che oggi voglio difendere per puro amore della verità”. Fu in quei giorni che Sciascia cominciò a ripetere ai suoi amici la frase di Bernanos che poi avrebbe usato in “A futura memoria”: “Preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli”.

Un anno dopo L’affaire Moro Sciascia arriva in Parlamento. Nella seduta del 10 agosto del 1979, lo scrittore si rivolge al presidente Cossiga. Non si spiegano, dice Sciascia, le sue dimissioni da ministro dell’Interno all’indomani del tragico scioglimento dell’affaire Moro…

Non si spiegano tante cose, ancora oggi, dopo quarant’anni. Sciascia non si spiegava le dimissioni di Cossiga? Oppure se le spiegava benissimo? Certo, quel che pensava di lui e soprattutto di Andreotti resta nei suoi scritti e nel ricordo di quanti in quei giorni parlavano con lui. Non a caso il titolo del suo libro che verrà dopo questi accadimenti sarà “Nero su nero”.

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