110 e lode, dottor Grassonelli

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Quando 22 anni fa lo arrestarono, era un criminale mezzo analfabeta. Oggi si è laureato in lettere moderne ed è un uomo nuovo, recuperato. Ma è sepolto dalla condanna “fine pena mai”

altQuando ventidue anni fa il cancello di ferrò sferragliò alle sue spalle e si chiuse per sempre sulla sua libertà, parlava meglio il siciliano che l’italiano. Me lo confessò lui stesso molto tempo dopo, e non gli faccio torto a rivelarlo: “ero mezzo analfabeta, mezzo ignorante”, mi disse. Sepolto dagli ergastoli in una cella di tre metri per quattro, ha provato a riprendersi la vita che non aveva più. Se l’è presa nell’unico modo che una condanna “fine pena mai” gli consentiva: riscattandosi, redimendosi.

 

 

E per farlo, ha cominciato a leggere, a studiare, a scandagliare nel suo animo e a buttare via quel passato di errori e di orrori che a ventisette anni lo ha trascinato per sempre al di là delle sbarre, dove si fanno i conti con la belva che si agitava dentro di te, e si prova a ricostruire un’esistenza, anche se sai che il sole filtrerà sempre grigliato nella tua vita appesa all’ora d’aria della tua prigione. Stamattina, ventidue anni dopo, Giuseppe Grassonelli, il mezzo analfabeta che fu, si è laureato in lettere moderne con 110 e lode. Me la immagino come se ce l’avessi davanti la sua faccia beata di sobria felicità. Me lo vedo, nella sua camicia bianca sotto un’elegante giacca blu, infilata nei jeans di marca che sua sorella Annalisa gli aveva fatto arrivare con largo anticipo per il grande giorno. Emozionato e teso davanti la commissione che si è spostata da Napoli, dall’università “L’orientale”, fino al carcere di Carinola, provincia di Caserta. Perché a lui, condannato non solo all’ergastolo, ma all’ergastolo ostativo, il cosiddetto 4 bis, l’ergastolo che non autorizza la speranza di un solo spicchio di libertà, che non concede permessi, neppure di mezza giornata, né tanto meno semilibertà, non è stata autorizzata la trasferta a Napoli. E allora sono stati i professori ad andare da lui, ad “esaminarlo” nell’angusta stanza dei colloqui, e a restare per tutto il tempo ammaliati ad ascoltarlo mentre discuteva la sua tesi: “Le insorgenze napoletane del 1799”. Accanto a lui c’era il suo maestro e mentore, il professore Giuseppe Ferraro, che lo segue da anni con un’attenzione e una costanza da trasformarli in veri amici. Quando alla fine gli hanno detto “dottor Grassonelli…..110 e lode”, si è commosso quasi fino alle lacrime raccogliendo congratulazioni e felicitazioni. Coincidenza ha voluto che il giorno della sua laurea cadesse di lunedì, il giorno in cui è autorizzato a telefonare a casa. Ha fatto piangere di gioia sua madre Francesca, le sue sorelle, il fratello. Avrebbe voluto immortalare quel momento con una foto. Una semplice banalissima foto. Neanche questo gli è stato permesso. Neppure una foto a un uomo che per ventidue lunghi anni ha fatto il detenuto modello, senza mai dare un problema. Ma anzi, permettendo alle autorità carcerarie di fregiarsi di uno come lui. Di uno che “il carcere ha recuperato”. Ma lui non se l’è presa. Conoscendolo avrà sorriso, avrà stretto mani e ringraziato con l’umiltà saggia che caratterizza il suo carattere, e sarà tornato, colmo di grazia e di gioia, nella sua tana, solo con se stesso a ripercorrere il film della sua vita, a ricordare l’omicida spietato che fu, trascinato dagli eventi dentro la cruenta guerra di mafia degli anni ’90, a inseguire la vendetta contro la cosa-nostra che gli aveva sterminato la famiglia. A ripensare a quel nonno e a quello zio tanto amati trucidati nella strage del 21 settembre dell’86 al bar Albanese della sua Porto Empedocle. E a prendere infine coscienza dell’uomo che è diventato nelle tante carceri dove lo hanno sballottato in questi infiniti ventidue anni. La sua riscossa somiglia a quella di un altro ergastolano agrigentino, quell’Alfredo Sole di Racalmuto alle soglie di una laurea in filosofia. Se come dice la nostra costituzione il carcere serve a rieducare, a recuperare chi sbaglia, lo Stato dovrebbe andar fiero di detenuti, meglio, di uomini come loro.

Carmelo Sardo

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